giovedì 25 settembre 2008

Mulino consigliato


2.9 Linea di fuoco

Una città tenuta in scacco da Cosa Nostra con la connivenza delle stesse vittime. Una città messa a ferro e fuoco dalle orde fameliche di Nitto Santapaola, Aldo Ercolano e Giuseppe Pulvirenti con la complicità di grossi imprenditori. Questo è il quadro che emerge dalle indagini della direzione distrettuale antimafia di Catania sulla catena di incendi emblematici che dal ‘90 in poi non risparmiò nessuno: dal supermercato Standa di via Etnea all’oratorio parrocchiale di Picanello, dal centro di stoccaggio Sigros di Piano Tavola al notaio Alibrandi, dal molino Bacchelli alla porta del municipio, dal Teatro massimo Bellini alla Confcommercio, dalla Fais a De Luca Tre.

Eppure, nonostante il contributo dei pentiti, non tutti i casi sono stati risolti, sia perché in questa città non esiste un nucleo investigativo di tecnici in grado di incardinare indagini specializzate sul luogo del disastro, sia perché gli interessi in gioco sono enormi, riguardano i rapporti con la grande distribuzione.

Infatti, anche dalle indagini dei pm Mario Amato e Giovanni Cariolo, incardinate precedentemente da Michelangelo Patané, riaffiorano le relazioni pericolose tra i soci catanesi di Berlusconi e i commando di Cosa Nostra.

Lo scenario criminale delineato dagli investigatori della compagnia dei carabinieri di Fontanarossa coordinati dal capitano Francesco Albore mette in luce un quadro di economia drogata dove le truffe alle assicurazioni garantivano profitti cospicui in un quadro di connivenze complesse che giungevano sino al palazzo di giustizia, tanto da mettere sotto inchiesta il perito nominato dagli stessi magistrati.

Il controllo del territorio avviene con mano militare senza risparmiare proiettili, esplosivi, mezzi incendiari.

Le prime volte il commando interviene per far capire chi comanda; dopo, magari, trova un’intesa con l’imprenditore che soggiace alla simulazione non solo di incendi ma anche di furti e rapine il cui ricavato da un lato serve a produrre fondi neri, dall’altro si moltiplica grazie ai premi assicurativi.

E’ il caso - secondo le rivelazioni di alcuni pentiti - del supermercato Superesse di via Sgroppillo controllato dalla famiglia Ercolano-Santapaola.

I banditi si presentano alla cassa, rapinano tutto il contante, poi restituiscono il maltolto, tenendo per sé una piccola parcella stabilita dai capi. Nel frattempo parte la denuncia e iniziano le pratiche per il rimborso assicurativo.

Il supermercato di via Sgroppillo - successivamente chiuso perché i carabinieri vi trovarono esposte in vendita le merci rubate dalla banda dei tir - era affittato ad un prestanome di fiducia, Anastasio Caponnetto. Dal suo apparecchio telefonico partivano i fax indirizzati al ministero della Difesa, alla cortese attenzione del cugino Alfio Spadaro, giornalista, in quel momento capo ufficio stampa del ministro socialista Salvo Andò. In quei fax Caponnetto avvertiva l’esigenza di entrare nel grande giro dei supermercati.

Desiderio che si avvererà puntualmente quando il Superesse ed altri piccoli supermercati della zona - tutti nelle adiacenze della residenza ufficiale di Nitto Santapaola, allora latitante - saranno assorbiti dalla Torrisi Alimentari spa, punto di riferimento in Sicilia del gruppo Standa di Berlusconi attraverso la catena Punto Convenienza.

Come conferma la vicenda dei “consigli per gli acquisti”, sulla quale ci soffermiamo in un altro capitolo, raffinate menti criminali e imprenditoriali di Mafiopoli dichiarano guerra alla legalità con la forza emblematica del fuoco. Eppure, le indagini partono sempre col piede sbagliato, inciampano in perizie depistanti: ci vogliono denunce precise e dichiarazioni dei pentiti per ricostruire il disegno criminale.

“Il fatto è - spiega un pm - che mentre si ritiene indispensabile la presenza del magistrato di turno per un omicidio, non si fa altrettanto per incendi e attentati. Le procure, invece, dovrebbero chiedere ai vigili del fuoco, di avvertire sempre il magistrato di turno quando accade un grosso incendio o un attentato dinamitardo. Perché è proprio in queste circostanze che diventa difficile individuare e preservare i corpi di reato. La tendenza, invece, è quella di acquisire il fascicolo a carico di ignoti quattro giorni dopo l’incendio, quando le prove si sono volatilizzate”.

Resta da chiedersi come mai indagini e perizie non vengano incardinate direttamente dai tecnici dei vigili del fuoco che oltre ad essere iscritti nei rispettivi albi professionali, ed essendo quindi perfettamente in grado di redigere una perizia, sono anche ufficiali di pubblica sicurezza e ufficiali di polizia giudiziaria, pertanto responsabili anche dell’aspetto investigativo.

Sarebbe bastato mettere un paio di tecnici sulle tracce evidenti lasciate nel magazzino De Luca Tre per giungere presto alle conclusioni raggiunte solo con la seconda perizia per la quale si è dovuto scomodare un professore del Politecnico di Torino, l’ingegnere Onofrio.

Eppure, i vigili intervenuti a Misterbianco erano stati categorici: le fiamme si erano sviluppate almeno quaranta minuti prima del loro intervento - sessantasei primi, secondo il perito torinese - circostanza confermata anche da due testimoni oculari che avevano notato i primi bagliori alle 2.11 mentre i vigilantes si erano decisi a chiamare i vigili del fuoco solo alle 2.45.

Un tecnico-investigatore avrebbe potuto rilevare queste anomalie immediatamente, preservare i reperti, indirizzare l’inchiesta giudiziaria, portare in breve all’emissione degli ordini di custodia cautelare.

Invece, tutto finisce con i primi rilievi. I vigili non hanno una squadra investigativa né un nucleo di polizia giudiziaria, nonostante che in questa città vadano in fumo ogni anno decine di miliardi di beni: troppo spesso si tratta di incendi dolosi. Quasi sempre gli autori restano impuniti.

Catania, gennaio 1977

Consiglio ardente


Consigli autorevoli