lunedì 28 aprile 2008
Resistenza e antimafia non si riscrivono
EDITORIALE
Il bibliofilo di Torrescalla e il maiale di Orwell
di Pino Finocchiaro
Mi chiedo con quale inchiostro vorrà riscrivere la storia della Resistenza ai nazisti e alle mafie Marcello Dell’Utri. Il noto bibliofilo siciliano dovrebbe sapere che è stata scritta col sangue e che non basterà ricorrere alla segatura per asciugarne la fluidità nel corso dei secoli né varranno ettolitri di acqua ossigenata a cancellarla dalla memoria dei giusti.
L’erudito palermitano cresciuto all’ombra di quanto più umbratile potesse crescere in seno alla chiesa cattolica palermitana non s’adombrerà se lo affiancheremo in chiaroscuro ad uno dei più noti personaggi letterari nati dalla fertile penna dello scrittore ex comunista e per di più anticomunista George Orwell.
Il maiale, per meglio dire, il capo dei maiali che guidò la rivolta nella fattoria degli animali per poi cancellare con un tratto di penna ogni comma in punta di diritto e sintetizzandolo nel motto “Tutti gli animali sono eguali. Ma alcuni animali sono più eguali degli altri”.
Sulla scia del Napoleon di orwelliana memoria, il bibliofilo di Torrescalla vuol cancellare con un tratto di intervista le sollevazioni contro i nazisti e quelle contro il terrorismo di mafia. Dell’Utri guida la rivolta contro gli untori di Mani Pulite e quei tapini che i con boss di Cosa Nostra non vogliono dialogare. Con quei poveri pazzi che i pezzi da novanta non vogliono assumerli come stallieri, non vogliono giocarci a calcetto, non vogliono far da testimone ai loro matrimoni né offrirsi come figliocci per battesimi e cresime.
Questo nostro ostinarci a non capire come va il mondo. Questo nostro ostinarci a voler sbagliare quanto meno possibile. Questo nostro ostinarci a voler pagare il prezzo della coerenza. Fa sbottare gli emuli del nobile bibliofilo di Torrescalla: “Non hai capito un cazzo, morirai povero e pazzo!”.
Cosa c’è da capire? Che fai più strada in politica scegliendoti come padrino di cresima Totò Cuffaro? Che sarai assunto nel calderone della più costosa e maggiormente letale sanità europea, quella siciliana, se ti adeguerai votando ad una delle innumerevoli liste del gran muftì Rafé Lombardo scegliendo tra delfini e colombe miracolosamente sfuggiti alle reti delle spadare o alle doppiette dei cacciatori? Che devi gridare “viva il ponte” anche se sai che alla fine il tempo per raggiungere Messina da Villa San Giovanni aumenterà perché il punto d’attraversamento è decine di chilometri più a nord e quindi più distante dall’ingresso dei caselli autostradali? Che devi dire “prima il ponte” anche se sai che per fare Catania-Trapani in treno occorre molto di più che per fare Catania-Roma e un tempo medio sei volte maggiore della Roma-Napoli?
Forse, abbiamo capito troppo. Ed è proprio sulla nostra capacità tutta siciliana di cogliere le sfumature che il bibliofilo di Torrescalla conta per lanciare moniti agli avversari e messaggi ai mafiosi.
Perché poi capita ogni volta che a pochi giorni dalle elezioni si trovi a passare dall’Italia un anchorman straniero che del tutto digiuno di comevanlecose si presti ad offrire un microfono al nobile erudito siciliano senza poi riuscire a rintuzzarlo o quanto meno a sputargli in faccia tutta la propria indignazione.
L’altra volta accade ad un certo Mike Sun Toro che non appena sceso da Marte e sollevata la celata dell’argentea tuta spaziale chiese a Dell’Utri conto dell’amicizia con un tal Cinà noto agli annali delle questure di tutto il mondo (Marte e Venere, quindi, esclusi) come trafficante internazionale di droga. Ed ecco l’erudito cattolico dire “Cinà, amico mio”. Risultato? 61 a 0 a favore della casa delle libertà.
Pochi giorni fa torna baldanzoso da venere un altro giornalista forestiero, Klaus Davi, che gli chiede di un certo stalliere di Arcore. “Mangano, un eroe!”.
“Minchia!”, avrei detto io che sono un cronistaccio di strada siciliano e se Mangano è un eroe, Paolo Borsellino che voleva arrestarlo cos’era? Un nazista? Ma l’anchorman straniero ne sa una più del cronista, non acconsente ma tace sapendo che la risposta arriverà. Ed eccola giungere inevitabile dall’immarcescibile Marcello: “Riscriveremo i libri sulla resistenza”.
Più che una minaccia, una promessa. Scritta con inchiostro al curaro simile a quello col quale vuol riscrivere i libri di storia, inquinare i pozzi, travolgere ponti culturali e argini mentali.
Per fortuna esiste ancora la grafite. C’è ancora quella bella matita che ti danno al seggio.
Andando a votare, ho pensato a tutto questo. Mi auguro ci pensino in tanti. Spero ci pensino i Siciliani. Poi penso ai molti siciliani che non votano in Sicilia. Sono emigrati trasferendo la residenza al Nord, dove il lavoro precario o malpagato c’è. Dove non devi giurare fedeltà al bibliofilo di Torrescalla o al Gran Rafé di Grammichele. Dove non importa di chi sei figlio o figlioccio. Penso ai siciliani che non votano in Sicilia perché son volati via in Australia o in Venezuela. Ed ecco scopro che anche in Venezuela c’è un altro Micciché (che, incredibile, ma vero, fa rimpiangere il primo) e tratta col bibliofilo sul che farne delle schede bianche che è un peccato lasciarle intonse.
Poi penso a quei brigadieri e ispettori che trascrivono quelle oscene discussioni. E che pensano e ripensano che se davvero funziona così, soldi in cambio di voti, il mio voto, il nostro voto non vale un cazzo, ma non si scoraggiano, ascoltano file, trascrivono maialate politiche, mandano informative ai magistrati che poi informano i ministri che poi si indignano ma mai cazzo quanto mi indigno io e quel cristo di carabiniere che vorrebbe un futuro di lavoro e prosperità per il figlio senza dover andare a baciare l’anello a don Rafé o al baruneddu di Torrescalla.
E tutto questo si chiama Resistenza, oggi. Non appartiene più alla storia ma alla cronaca. Al sacrificio diuturno scritto con lacrime, sudore e sangue, oggi. Appartiene a quell’ eroismo della quotidianità di cui l’erudito di Torrescalla dovrebbe aver sentito parlare. E a chi vorrebbe tapparci la bocca con un tratto di penna urlandoci dietro “Morirai povero e pazzo”, forse varrà ricordare le poche parole scritte da Willy Jervis, 42 anni, ingegnere della Olivetti di Ivrea, prima di essere ucciso dai nazisti. “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”.
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