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mercoledì 11 aprile 2012
domenica 29 novembre 2009
Dell'Utri, ieri, oggi, domani.
lunedì 28 aprile 2008
Resistenza e antimafia non si riscrivono
EDITORIALE
Il bibliofilo di Torrescalla e il maiale di Orwell
di Pino Finocchiaro
Mi chiedo con quale inchiostro vorrà riscrivere la storia della Resistenza ai nazisti e alle mafie Marcello Dell’Utri. Il noto bibliofilo siciliano dovrebbe sapere che è stata scritta col sangue e che non basterà ricorrere alla segatura per asciugarne la fluidità nel corso dei secoli né varranno ettolitri di acqua ossigenata a cancellarla dalla memoria dei giusti.
L’erudito palermitano cresciuto all’ombra di quanto più umbratile potesse crescere in seno alla chiesa cattolica palermitana non s’adombrerà se lo affiancheremo in chiaroscuro ad uno dei più noti personaggi letterari nati dalla fertile penna dello scrittore ex comunista e per di più anticomunista George Orwell.
Il maiale, per meglio dire, il capo dei maiali che guidò la rivolta nella fattoria degli animali per poi cancellare con un tratto di penna ogni comma in punta di diritto e sintetizzandolo nel motto “Tutti gli animali sono eguali. Ma alcuni animali sono più eguali degli altri”.
Sulla scia del Napoleon di orwelliana memoria, il bibliofilo di Torrescalla vuol cancellare con un tratto di intervista le sollevazioni contro i nazisti e quelle contro il terrorismo di mafia. Dell’Utri guida la rivolta contro gli untori di Mani Pulite e quei tapini che i con boss di Cosa Nostra non vogliono dialogare. Con quei poveri pazzi che i pezzi da novanta non vogliono assumerli come stallieri, non vogliono giocarci a calcetto, non vogliono far da testimone ai loro matrimoni né offrirsi come figliocci per battesimi e cresime.
Questo nostro ostinarci a non capire come va il mondo. Questo nostro ostinarci a voler sbagliare quanto meno possibile. Questo nostro ostinarci a voler pagare il prezzo della coerenza. Fa sbottare gli emuli del nobile bibliofilo di Torrescalla: “Non hai capito un cazzo, morirai povero e pazzo!”.
Cosa c’è da capire? Che fai più strada in politica scegliendoti come padrino di cresima Totò Cuffaro? Che sarai assunto nel calderone della più costosa e maggiormente letale sanità europea, quella siciliana, se ti adeguerai votando ad una delle innumerevoli liste del gran muftì Rafé Lombardo scegliendo tra delfini e colombe miracolosamente sfuggiti alle reti delle spadare o alle doppiette dei cacciatori? Che devi gridare “viva il ponte” anche se sai che alla fine il tempo per raggiungere Messina da Villa San Giovanni aumenterà perché il punto d’attraversamento è decine di chilometri più a nord e quindi più distante dall’ingresso dei caselli autostradali? Che devi dire “prima il ponte” anche se sai che per fare Catania-Trapani in treno occorre molto di più che per fare Catania-Roma e un tempo medio sei volte maggiore della Roma-Napoli?
Forse, abbiamo capito troppo. Ed è proprio sulla nostra capacità tutta siciliana di cogliere le sfumature che il bibliofilo di Torrescalla conta per lanciare moniti agli avversari e messaggi ai mafiosi.
Perché poi capita ogni volta che a pochi giorni dalle elezioni si trovi a passare dall’Italia un anchorman straniero che del tutto digiuno di comevanlecose si presti ad offrire un microfono al nobile erudito siciliano senza poi riuscire a rintuzzarlo o quanto meno a sputargli in faccia tutta la propria indignazione.
L’altra volta accade ad un certo Mike Sun Toro che non appena sceso da Marte e sollevata la celata dell’argentea tuta spaziale chiese a Dell’Utri conto dell’amicizia con un tal Cinà noto agli annali delle questure di tutto il mondo (Marte e Venere, quindi, esclusi) come trafficante internazionale di droga. Ed ecco l’erudito cattolico dire “Cinà, amico mio”. Risultato? 61 a 0 a favore della casa delle libertà.
Pochi giorni fa torna baldanzoso da venere un altro giornalista forestiero, Klaus Davi, che gli chiede di un certo stalliere di Arcore. “Mangano, un eroe!”.
“Minchia!”, avrei detto io che sono un cronistaccio di strada siciliano e se Mangano è un eroe, Paolo Borsellino che voleva arrestarlo cos’era? Un nazista? Ma l’anchorman straniero ne sa una più del cronista, non acconsente ma tace sapendo che la risposta arriverà. Ed eccola giungere inevitabile dall’immarcescibile Marcello: “Riscriveremo i libri sulla resistenza”.
Più che una minaccia, una promessa. Scritta con inchiostro al curaro simile a quello col quale vuol riscrivere i libri di storia, inquinare i pozzi, travolgere ponti culturali e argini mentali.
Per fortuna esiste ancora la grafite. C’è ancora quella bella matita che ti danno al seggio.
Andando a votare, ho pensato a tutto questo. Mi auguro ci pensino in tanti. Spero ci pensino i Siciliani. Poi penso ai molti siciliani che non votano in Sicilia. Sono emigrati trasferendo la residenza al Nord, dove il lavoro precario o malpagato c’è. Dove non devi giurare fedeltà al bibliofilo di Torrescalla o al Gran Rafé di Grammichele. Dove non importa di chi sei figlio o figlioccio. Penso ai siciliani che non votano in Sicilia perché son volati via in Australia o in Venezuela. Ed ecco scopro che anche in Venezuela c’è un altro Micciché (che, incredibile, ma vero, fa rimpiangere il primo) e tratta col bibliofilo sul che farne delle schede bianche che è un peccato lasciarle intonse.
Poi penso a quei brigadieri e ispettori che trascrivono quelle oscene discussioni. E che pensano e ripensano che se davvero funziona così, soldi in cambio di voti, il mio voto, il nostro voto non vale un cazzo, ma non si scoraggiano, ascoltano file, trascrivono maialate politiche, mandano informative ai magistrati che poi informano i ministri che poi si indignano ma mai cazzo quanto mi indigno io e quel cristo di carabiniere che vorrebbe un futuro di lavoro e prosperità per il figlio senza dover andare a baciare l’anello a don Rafé o al baruneddu di Torrescalla.
E tutto questo si chiama Resistenza, oggi. Non appartiene più alla storia ma alla cronaca. Al sacrificio diuturno scritto con lacrime, sudore e sangue, oggi. Appartiene a quell’ eroismo della quotidianità di cui l’erudito di Torrescalla dovrebbe aver sentito parlare. E a chi vorrebbe tapparci la bocca con un tratto di penna urlandoci dietro “Morirai povero e pazzo”, forse varrà ricordare le poche parole scritte da Willy Jervis, 42 anni, ingegnere della Olivetti di Ivrea, prima di essere ucciso dai nazisti. “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”.
www.aricolo21.info
www.pinofinofinocchiaro.it
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Resistenza e antimafia non si riscrivono
EDITORIALE
Il bibliofilo di Torrescalla e il maiale di Orwell
di Pino Finocchiaro
Mi chiedo con quale inchiostro vorrà riscrivere la storia della Resistenza ai nazisti e alle mafie Marcello Dell’Utri. Il noto bibliofilo siciliano dovrebbe sapere che è stata scritta col sangue e che non basterà ricorrere alla segatura per asciugarne la fluidità nel corso dei secoli né varranno ettolitri di acqua ossigenata a cancellarla dalla memoria dei giusti.
L’erudito palermitano cresciuto all’ombra di quanto più umbratile potesse crescere in seno alla chiesa cattolica palermitana non s’adombrerà se lo affiancheremo in chiaroscuro ad uno dei più noti personaggi letterari nati dalla fertile penna dello scrittore ex comunista e per di più anticomunista George Orwell.
Il maiale, per meglio dire, il capo dei maiali che guidò la rivolta nella fattoria degli animali per poi cancellare con un tratto di penna ogni comma in punta di diritto e sintetizzandolo nel motto “Tutti gli animali sono eguali. Ma alcuni animali sono più eguali degli altri”.
Sulla scia del Napoleon di orwelliana memoria, il bibliofilo di Torrescalla vuol cancellare con un tratto di intervista le sollevazioni contro i nazisti e quelle contro il terrorismo di mafia. Dell’Utri guida la rivolta contro gli untori di Mani Pulite e quei tapini che i con boss di Cosa Nostra non vogliono dialogare. Con quei poveri pazzi che i pezzi da novanta non vogliono assumerli come stallieri, non vogliono giocarci a calcetto, non vogliono far da testimone ai loro matrimoni né offrirsi come figliocci per battesimi e cresime.
Questo nostro ostinarci a non capire come va il mondo. Questo nostro ostinarci a voler sbagliare quanto meno possibile. Questo nostro ostinarci a voler pagare il prezzo della coerenza. Fa sbottare gli emuli del nobile bibliofilo di Torrescalla: “Non hai capito un cazzo, morirai povero e pazzo!”.
Cosa c’è da capire? Che fai più strada in politica scegliendoti come padrino di cresima Totò Cuffaro? Che sarai assunto nel calderone della più costosa e maggiormente letale sanità europea, quella siciliana, se ti adeguerai votando ad una delle innumerevoli liste del gran muftì Rafé Lombardo scegliendo tra delfini e colombe miracolosamente sfuggiti alle reti delle spadare o alle doppiette dei cacciatori? Che devi gridare “viva il ponte” anche se sai che alla fine il tempo per raggiungere Messina da Villa San Giovanni aumenterà perché il punto d’attraversamento è decine di chilometri più a nord e quindi più distante dall’ingresso dei caselli autostradali? Che devi dire “prima il ponte” anche se sai che per fare Catania-Trapani in treno occorre molto di più che per fare Catania-Roma e un tempo medio sei volte maggiore della Roma-Napoli?
Forse, abbiamo capito troppo. Ed è proprio sulla nostra capacità tutta siciliana di cogliere le sfumature che il bibliofilo di Torrescalla conta per lanciare moniti agli avversari e messaggi ai mafiosi.
Perché poi capita ogni volta che a pochi giorni dalle elezioni si trovi a passare dall’Italia un anchorman straniero che del tutto digiuno di comevanlecose si presti ad offrire un microfono al nobile erudito siciliano senza poi riuscire a rintuzzarlo o quanto meno a sputargli in faccia tutta la propria indignazione.
L’altra volta accade ad un certo Mike Sun Toro che non appena sceso da Marte e sollevata la celata dell’argentea tuta spaziale chiese a Dell’Utri conto dell’amicizia con un tal Cinà noto agli annali delle questure di tutto il mondo (Marte e Venere, quindi, esclusi) come trafficante internazionale di droga. Ed ecco l’erudito cattolico dire “Cinà, amico mio”. Risultato? 61 a 0 a favore della casa delle libertà.
Pochi giorni fa torna baldanzoso da venere un altro giornalista forestiero, Klaus Davi, che gli chiede di un certo stalliere di Arcore. “Mangano, un eroe!”.
“Minchia!”, avrei detto io che sono un cronistaccio di strada siciliano e se Mangano è un eroe, Paolo Borsellino che voleva arrestarlo cos’era? Un nazista? Ma l’anchorman straniero ne sa una più del cronista, non acconsente ma tace sapendo che la risposta arriverà. Ed eccola giungere inevitabile dall’immarcescibile Marcello: “Riscriveremo i libri sulla resistenza”.
Più che una minaccia, una promessa. Scritta con inchiostro al curaro simile a quello col quale vuol riscrivere i libri di storia, inquinare i pozzi, travolgere ponti culturali e argini mentali.
Per fortuna esiste ancora la grafite. C’è ancora quella bella matita che ti danno al seggio.
Andando a votare, ho pensato a tutto questo. Mi auguro ci pensino in tanti. Spero ci pensino i Siciliani. Poi penso ai molti siciliani che non votano in Sicilia. Sono emigrati trasferendo la residenza al Nord, dove il lavoro precario o malpagato c’è. Dove non devi giurare fedeltà al bibliofilo di Torrescalla o al Gran Rafé di Grammichele. Dove non importa di chi sei figlio o figlioccio. Penso ai siciliani che non votano in Sicilia perché son volati via in Australia o in Venezuela. Ed ecco scopro che anche in Venezuela c’è un altro Micciché (che, incredibile, ma vero, fa rimpiangere il primo) e tratta col bibliofilo sul che farne delle schede bianche che è un peccato lasciarle intonse.
Poi penso a quei brigadieri e ispettori che trascrivono quelle oscene discussioni. E che pensano e ripensano che se davvero funziona così, soldi in cambio di voti, il mio voto, il nostro voto non vale un cazzo, ma non si scoraggiano, ascoltano file, trascrivono maialate politiche, mandano informative ai magistrati che poi informano i ministri che poi si indignano ma mai cazzo quanto mi indigno io e quel cristo di carabiniere che vorrebbe un futuro di lavoro e prosperità per il figlio senza dover andare a baciare l’anello a don Rafé o al baruneddu di Torrescalla.
E tutto questo si chiama Resistenza, oggi. Non appartiene più alla storia ma alla cronaca. Al sacrificio diuturno scritto con lacrime, sudore e sangue, oggi. Appartiene a quell’ eroismo della quotidianità di cui l’erudito di Torrescalla dovrebbe aver sentito parlare. E a chi vorrebbe tapparci la bocca con un tratto di penna urlandoci dietro “Morirai povero e pazzo”, forse varrà ricordare le poche parole scritte da Willy Jervis, 42 anni, ingegnere della Olivetti di Ivrea, prima di essere ucciso dai nazisti. “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”.
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lunedì 14 settembre 2009
La borghesia mafiosa secondo Imposimato

Scritto da Ferdinando Imposimato
Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader's Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e' con lo Stato. E spiegai che la capacita' della mafia e' di intessere legami stretti con le istituzioni - politica, magistratura, servizi segreti - a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta'. Collante tra mafia e Stato e' da sempre la massoneria.
Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e' mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e' rafforzato ed e' diventato piu' sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.
Da qualche tempo e' affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e' verificato ai primi anni '90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall'assassinio di Aldo Moro e da cio' che lo precedette e lo segui'.
Con la riforma del 1977, che istitui' il Sismi ed il Sisde, i primi atti del presidente del consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell'interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti diGiuseppe Santovito e Giulio Grassini, due generali affiliati alla P2 di Licio Gelli: che gia' allora era legato a Toto' Riina, il capo di Cosa Nostra. Furono diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina.
I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calo' e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare, assieme al pm Vittorio Occorsio: con lui trattavo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Amedeo Ortolani, figlio di Umberto, uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana, della P2 e del terrorismo nero.
Tra gli affiliati alla loggia di Gelli c'era un noto avvocato penalista, riciclatore del denaro dei sequestri, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva dato parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla mafia ed ai servizi segreti.
Occorsio, che aveva scoperto l'intreccio tra la strage di Piazza Fontana, l'eversione nera e la massoneria, venne assassinato l'11 luglio 1976. Per l'attentato fu condannato Pier Luigi Concutelli, che risulto' iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Falcone.La mia condanna a morte fu pronunciata, probabilmente dalla stessa associazione massonica, subito dopo che fui incaricato di istruire il caso Moro, in cui apparvero uomini della mafia guidati da Calo', i capi dei servizi manovrati dalla banda della Magliana e politici amici di Gelli.
A raccontarlo al giudice Otello Lupacchini fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non vi aveva fatto rientro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l'Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui aveva partecipato assieme ad Abbruciati, a Edoardo Toscano, ai fratelli Pellegrinetti, a Maurizio Andreucci e a Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlo' «di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato».
«Dal discorso si capiva che non si trattava di un'idea estemporanea: era evidente che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l'attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo in cui l'attentato poteva essere realizzato era in prossimita' del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all'istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere».
Proseguiva Mancini: «Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l'attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l'impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo "quel cornuto che ci ha portato al processo" Successivamente, parlando dell'attentato ai danni del giudice Imposimato, Abbruciati mi spiego' che, al di la' delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso "da personaggi legati alla massoneria", dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi».
In seguito, durante le indagini su Andreotti per l'omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accerto' che alla riunione, nel corso della quale si parlo' dell'attentato alla mia persona, avevano partecipato due uomini dei servizi segreti militari italiani di cui Mancini fece i nomi: essi furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento.
In seguito i due mi avvicinarono dicendomi che loro «non c'entravano niente con quella riunione» e che «evidentemente c'era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell'incontro in cui venne annunciata la condanna a morte».
Ovviamente non fui in grado di stabilire chi fossero i due agenti dei servizi. Restava il fatto che c'era stato un summit tra agenti segreti e mafiosi per decidere di eliminare, per ordine della massoneria, un giudice che istruiva due processi "scottanti": quello sulla banda della Magliana e il processo per la strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Moro.
Ne' io potevo occuparmi di una vicenda che mi riguardava in prima persona come obiettivo da colpire. Ma nessuno - tranne Falcone, che seppe, mi sembra da Antonino Giuffre', che Riina aveva avallato l'assassinio di mio fratello - si preoccupo' di stabilire chi dei servizi avesse partecipato al summit in cui era stato annunciato l'imminente assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro. Processo in cui, trenta anni dopo, venne alla luce il ruolo determinante della massoneria, della mafia e della politica.
In quel periodo non mi occupavo solo di sequestri di persona, ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, altro uomo della P2, e dell'assassinio di Vittorio Bachelet, dei giudici Girolamo Tartaglione e Riccardo Palma e, naturalmente, del caso Moro; ed avrei accertato, dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana. Ma tutto questo all'epoca non lo sapevo: la scoperta delle liste di Gelli avvenne nella primavera del 1981.
Cio' che e' certo e' che il capo del Sismi, Santovito, piduista, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era vero in tutto e per tutto. Qualcuno voleva evitare che la mia istruttoria su Moro e quella sulla banda della Magliana mi portassero a scoprire il complotto politico-massonico che, con la strumentalizzazione di sanguinari ed ottusi brigatisti, aveva decretato l'assassinio di Moro per fini che nulla avevano a che vedere con la linea della fermezza.
Il disegno di costringermi a lasciare il processo sulla Magliana e quello sulla strage di via Fani riusci', ma non secondo il piano dei congiurati. La mia uccisione non ebbe luogo per le precauzioni che riuscii a mettere in atto, ma nel 1983, nel pieno delle indagini su Moro, venne ucciso mio fratello Franco da uomini della mafia manovrati da Calo': gli stessi che avevano eseguito la vergognosa messinscena del 18 aprile 1978, ossia la morte di Moro nel lago della Duchessa.
Era evidente come il Sismi, che si era servito del mafioso Antonio Chichiarelli per preparare il falso comunicato, erano tutt'uno con la mafia, della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del lago della Duchessa, che provoco' una reazione violenta delle Br contro Moro, divenuto "pericoloso".
A distanza di 30 anni dal processo Moro e di 26 anni dall'assassinio di mio fratello Franco - assassinio che mi costrinse a lasciare la magistratura e tutte le mie inchieste - ho avuto la possibilita' di scoprire quali fossero le ragioni del progetto criminale contro di me: impedirmi di conoscere il complotto contro Moro.
Non era una trattativa tra Stato e mafia, ma un vero e proprio accordo tra servizi, mafia e massoneria, che, con la benedizione dei politici, sanci' prima la eliminazione di Moro e poi la mia esecuzione: la quale falli', ma si ritorse contro mio fratello Franco, il quale prima di morire, mi chiese di non abbandonare le indagini.
Il risultato fu che dopo quel barbaro assassinio fui costretto ad abbandonare tutte le inchieste sulla mafia e sui legami tra mafia, massoneria e stragismo. E nel 1986 dovetti rifugiarmi alle Nazioni Unite.
Durante le indagini che io conducevo a Roma sul falso sequestro Sindona, Falcone a Palermo per associazione mafiosa, e Turone e Colombo a Milano per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, venne fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di Gelli, l'elenco degli iscritti alla P2.
Enorme fu la sorpresa degli inquirenti: comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del Cesis, l'organismo che coordinava i servizi, e di quelli che facevano parte del Comitato di crisi del Viminale. Quel comitato che era stato istituito da Cossiga con l'avallo di Andreotti. Dopo la scoperta, venne decisa dal ministro Virginio Rognoni l'epurazione degli uomini di Gelli dai servizi e dal ministero dell'interno; ma di fatto non fu cosi'.
La Loggia del Venerabile mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di accertare la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono, con la complicita' dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici di governo, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi (la vicenda Pollari-Pompa docet) senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe.
Oggi e' riesplosa sulla stampa, per pochi giorni, la storia legata alla morte di Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la sua tragica morte a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni.
L'ipotesi investigativa prospetta la possibilita' che Borsellino sia rimasto schiacciato nell'ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in sintonia con la mafia, allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini efferati come la strage di Capaci. Si trattava di una vergogna, un'offesa alla memoria di Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo.
Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell'agenda rossa sparita del fratello Paolo, il quale, informato di questa infame proposta, probabilmente ha reagito con sdegno e rabbia: sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.
Ricordo che in quel tragico luglio del 1992, poco prima della strage di via D'Amelio, ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la norma voluta da Falcone, da me e da molti altri magistrati antimafia: la legge sui pentiti e il 41 bis. Nonostante la morte di Falcone, non c'era la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il suo varo. E oggi la si vuole abrogare.
L'aspetto piu' inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio, riconducibile ad attivita' sotto copertura del Sisde, entrato nelle indagini per la stage di via D'Amelio dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera di Gioacchino Genchi. Al numero di quell'ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via D'Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere certo il coinvolgimento di apparati dello Stato.
Ferdinando Imposimato
(La Voce delle Voci, 8 settembre 2009)
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sabato 1 agosto 2009
Il papello e la paura degli 007
dal notiziario di Rai News 24 delle 15
di Pino Finocchiaro
Nel 1992 Vito Ciancimino voleva imbastire tramite il colonnello Mario Mori una trattativa politica. Al vertice della commissione antimafia l'ex magistrato Luciano Violante che dopo 17 anni ha rivelato questo ed altri dettagli presentandosi spontaneamente ai giudici di Palermo.
Il verbale dell'interrogatorio è stato depositato a Palermo nell'ambito del processo contro Mario Mori, successivamente promosso generale dei e capo del Sisde, il servizio segreto che si occupa di sicurezza nazionale.
Mori deve rispondere della mancata cattura di Bernardo Provenzano. Le accuse vengono dall'ex colonnello Michele Riccio che contava su un collaboratore di spicco, Luigi Liardo, nipote del boss Giuseppe "Piddu" Madonia. Il blitz contro Provenzano fu interrotto. Liardo fu ucciso da lì a poco sul raccordo autostradale di Catania.
L'estate calda del '92 è stata ricostruita dall'ex presidente della Camera Luciano Violante puntando il dito su tre visite dell'allora colonnello Mori. Tre volte Violante rifiutò l'incontro e disse a Mori di parlarne con i magistrati. Mori rispose chiaro che Ciancimino spingeva per una trattativa politica.
Il tutto mentre prima a Palermo, poi sino al 1994 a Roma, Firenze e Milano esplodevano le bombe dello stragismo di mafia e cadevano decine di servitori dello stato e vittime innocenti.
Il patto scellerato, il papello che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, afferma di possedere, avrebbe seguito altre vie istituzionali. Come l'agente supersegreto Carlo visto nei pressi delle stragi di Palermo ma mai identificato perché la sim che avrebbe potuto indicarne il nome è sparita dagli archivi del palazzo di giustizia di Palermo.
Massimo Ciancimino ha deciso di non parlare più per le dichiarazioni del procuratore generale di Caltanissetta che minimizza il contributo di Ciancimino jr. Le indagini rischiano una battuta d'arresto mentre scattano 50 nuove scorte per i magistrati che si sono occupati delle stragi di mafia: sono tutti nel mirino di Cosa Nostra.
pinofinocchiaro@iol.it
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di Pino Finocchiaro
Nel 1992 Vito Ciancimino voleva imbastire tramite il colonnello Mario Mori una trattativa politica. Al vertice della commissione antimafia l'ex magistrato Luciano Violante che dopo 17 anni ha rivelato questo ed altri dettagli presentandosi spontaneamente ai giudici di Palermo.
Il verbale dell'interrogatorio è stato depositato a Palermo nell'ambito del processo contro Mario Mori, successivamente promosso generale dei e capo del Sisde, il servizio segreto che si occupa di sicurezza nazionale.
Mori deve rispondere della mancata cattura di Bernardo Provenzano. Le accuse vengono dall'ex colonnello Michele Riccio che contava su un collaboratore di spicco, Luigi Liardo, nipote del boss Giuseppe "Piddu" Madonia. Il blitz contro Provenzano fu interrotto. Liardo fu ucciso da lì a poco sul raccordo autostradale di Catania.
L'estate calda del '92 è stata ricostruita dall'ex presidente della Camera Luciano Violante puntando il dito su tre visite dell'allora colonnello Mori. Tre volte Violante rifiutò l'incontro e disse a Mori di parlarne con i magistrati. Mori rispose chiaro che Ciancimino spingeva per una trattativa politica.
Il tutto mentre prima a Palermo, poi sino al 1994 a Roma, Firenze e Milano esplodevano le bombe dello stragismo di mafia e cadevano decine di servitori dello stato e vittime innocenti.
Il patto scellerato, il papello che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, afferma di possedere, avrebbe seguito altre vie istituzionali. Come l'agente supersegreto Carlo visto nei pressi delle stragi di Palermo ma mai identificato perché la sim che avrebbe potuto indicarne il nome è sparita dagli archivi del palazzo di giustizia di Palermo.
Massimo Ciancimino ha deciso di non parlare più per le dichiarazioni del procuratore generale di Caltanissetta che minimizza il contributo di Ciancimino jr. Le indagini rischiano una battuta d'arresto mentre scattano 50 nuove scorte per i magistrati che si sono occupati delle stragi di mafia: sono tutti nel mirino di Cosa Nostra.
pinofinocchiaro@iol.it
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