
18 17 NOVEMBRE 2000 centonove
Il consulente dell'Antimafia rilancia l'idea che fu di Nicolosi: «Spostare i centri di spesa
sugli appalti da Catania a Roma per rendere meno facile il “lavoro” alle cosche»
Catania, proposta Ardita
CONTRO CATANIA
Il caso Catania è approdato formalmente in Commissione Antimafia martedì 14 novembre, una lunga relazione del senatore Euprepio Curto di An: oltre cento cartelle
interamente secretate dove si passano in rassegna i mali
oscuri della città.
interamente secretate dove si passano in rassegna i mali
oscuri della città.
Corruzione, clientelismo, connivenze, mafia
& fiancheggiatori, criminalità minorile come cartina di tornasole
di un disagio sociale che Stato ed Enti locali non hanno
saputo affrontare.
& fiancheggiatori, criminalità minorile come cartina di tornasole
di un disagio sociale che Stato ed Enti locali non hanno
saputo affrontare.
Curto pesca a piene mani dall’esperienza di Sebastiano Ardita, il giudice non più “ragazzino”,
che raccolse il memoriale Nicolosi nel quale si traccia la mappa della corruzione in Sicilia.
che raccolse il memoriale Nicolosi nel quale si traccia la mappa della corruzione in Sicilia.
Ardita è oggi consulente della Commissione Antimafia. Curto - non tutto il Polo - mostra di fidarsi
dei suggerimenti di Ardita, rilancia la proposta che fu dell’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, di spostare i centri di spesa nella Capitale, in modo da rendere più distante
per le mosche di Cosa Nostra il volo sino alla “marmellata” degli appalti.
dei suggerimenti di Ardita, rilancia la proposta che fu dell’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, di spostare i centri di spesa nella Capitale, in modo da rendere più distante
per le mosche di Cosa Nostra il volo sino alla “marmellata” degli appalti.
Giungono suggerimenti tecnici anche per rendere più duro il 41 bis schermando le carceri contro le comunicazioni con i telefoni cellulari che già hanno trovato modo di entrare
nei penitenziari di massima sicurezza, consentendo di ordinare esecuzioni mafiose. Ma è "caso Catania", anche al Csm, dopo il pronunciamento della prima commissione del
Consiglio Superiore della Magistratura che ha proposto l’allontanamento del presidente del Tribunale dei Minori, Giovambattista Scidà, per incompatibilità ambientale e funzionale.
nei penitenziari di massima sicurezza, consentendo di ordinare esecuzioni mafiose. Ma è "caso Catania", anche al Csm, dopo il pronunciamento della prima commissione del
Consiglio Superiore della Magistratura che ha proposto l’allontanamento del presidente del Tribunale dei Minori, Giovambattista Scidà, per incompatibilità ambientale e funzionale.
Il "caso Catania" è un caso scomodo. Di quelli indicibili, con fatti e memorie da rimuovere. Il caso
Catania arroventa i rapporti politici, rivela un ritardo di consapevolezza dove a pagare sono i deboli o i sovraesposti come Titta Scidà. Mentre il Csm accusa Scidà, non molto distante a Roma, la Commissione Antimafia gli dedica un intero capitolo della relazione sul "caso Catania" ergendolo a paradigma di quegli umili e onesti che tanto hanno fatto, ma altrettanti ostacoli istituzionali hanno trovato lungo il loro cammino. La città insorge. Un’affollata
riunione si tiene a "Cittainsieme", il movimento di Salvatore Resca. Michi Gambino, direttore
di Avvenimenti, intervenendo paragona il giudice Scidà ad un altro siciliano scomodo: Pippo Fava.
Catania arroventa i rapporti politici, rivela un ritardo di consapevolezza dove a pagare sono i deboli o i sovraesposti come Titta Scidà. Mentre il Csm accusa Scidà, non molto distante a Roma, la Commissione Antimafia gli dedica un intero capitolo della relazione sul "caso Catania" ergendolo a paradigma di quegli umili e onesti che tanto hanno fatto, ma altrettanti ostacoli istituzionali hanno trovato lungo il loro cammino. La città insorge. Un’affollata
riunione si tiene a "Cittainsieme", il movimento di Salvatore Resca. Michi Gambino, direttore
di Avvenimenti, intervenendo paragona il giudice Scidà ad un altro siciliano scomodo: Pippo Fava.
Si può uccidere un uomo con una gragnuola di colpi alla testa, ma anche accusandolo di cose ignobili.
I capi di accusa contro Scidà sono sei: cinque ignobili e tutti da provare relativi all’esercizio delle
sue funzioni di presidente. Su questi punti i suoi fedelissimi giudici-ragazzini stanno raccogliendo
prove e testimonianze che se verranno ascoltate dal Csm basteranno a porlo al riparo da ogni critica.
sue funzioni di presidente. Su questi punti i suoi fedelissimi giudici-ragazzini stanno raccogliendo
prove e testimonianze che se verranno ascoltate dal Csm basteranno a porlo al riparo da ogni critica.
Il sesto capo di imputazione mosso dal Csm contro Scidà è vero, autentico, provato, ma non
ignobile. Una vera medaglia nell’onore di questo settantenne che non ha perso il vizio di indignarsi.
La contestazione è del 17 maggio 2000: «Avere sostenuto in dichiarazioni pubbliche
ed in esposti al Csm l’esistenza di connivenze tra magistrati catanesi ed esponenti della malavita organizzata e relativi referenti politici, senza supportare tali gravi affermazioni
con un minimo di prove».
ed in esposti al Csm l’esistenza di connivenze tra magistrati catanesi ed esponenti della malavita organizzata e relativi referenti politici, senza supportare tali gravi affermazioni
con un minimo di prove».
Gli esposti al Csm del presidente Scidà sollevavano ragioni di incompatibilità ambientale per l’attuale procuratore di Catania, Mario Busacca, e per uno dei suoi aggiunti, Vincenzo
D’Agata. E’ bene rimarcare che Scidà non aveva concorso al posto di capo della Procura di Catania nonostante ne avesse i titoli di merito e pur essendo molto più anziano in
termini di carriera degli altri concorrenti. Scidà già nel febbraio scorso, proprio su Centonove aveva lanciato l'allarme sul primato dei reati minorili a Catania. Scidà accusava e il procuratore
generale Giacomo Scalzo paragonava la figura tetragona dell’anziano presidente all’urlo del pittore norvegese Edvard Munch che si perdeva nel vuoto di un ponte sospeso,
in bilico tra vita e nulla.
«Catania non occupa il secondo posto, nella graduatoria della frequenza del numero degli arresti
di minorenni - disse allora Scidà - occupa il primo. C’è, comunque, qualcosa di più grave che i fatti. E’ lo sforzo, corale, di nasconderli».
di minorenni - disse allora Scidà - occupa il primo. C’è, comunque, qualcosa di più grave che i fatti. E’ lo sforzo, corale, di nasconderli».
Il "grido” di Scidà fu alto, circostanziato, diretto al patto scellerato tra mafia e collettori di investimenti pubblici. Le mani sulla città. E sui suoi figli più piccoli, incolpevoli.
«E’ ormai tempo di chiedersi il perché di quell’impegno di celamento. Lo diciamo da dieci anni. Né la criminalità dei minori, né la mafia, sono piombate improvvisamente su Catania, come la peste sulla Atene di Pericle. Esse sono due dei costi inflitti a Catania dalla criminalità degli affari pubblici».
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