lunedì 28 aprile 2008
Resistenza e antimafia non si riscrivono
EDITORIALE
Il bibliofilo di Torrescalla e il maiale di Orwell
di Pino Finocchiaro
Mi chiedo con quale inchiostro vorrà riscrivere la storia della Resistenza ai nazisti e alle mafie Marcello Dell’Utri. Il noto bibliofilo siciliano dovrebbe sapere che è stata scritta col sangue e che non basterà ricorrere alla segatura per asciugarne la fluidità nel corso dei secoli né varranno ettolitri di acqua ossigenata a cancellarla dalla memoria dei giusti.
L’erudito palermitano cresciuto all’ombra di quanto più umbratile potesse crescere in seno alla chiesa cattolica palermitana non s’adombrerà se lo affiancheremo in chiaroscuro ad uno dei più noti personaggi letterari nati dalla fertile penna dello scrittore ex comunista e per di più anticomunista George Orwell.
Il maiale, per meglio dire, il capo dei maiali che guidò la rivolta nella fattoria degli animali per poi cancellare con un tratto di penna ogni comma in punta di diritto e sintetizzandolo nel motto “Tutti gli animali sono eguali. Ma alcuni animali sono più eguali degli altri”.
Sulla scia del Napoleon di orwelliana memoria, il bibliofilo di Torrescalla vuol cancellare con un tratto di intervista le sollevazioni contro i nazisti e quelle contro il terrorismo di mafia. Dell’Utri guida la rivolta contro gli untori di Mani Pulite e quei tapini che i con boss di Cosa Nostra non vogliono dialogare. Con quei poveri pazzi che i pezzi da novanta non vogliono assumerli come stallieri, non vogliono giocarci a calcetto, non vogliono far da testimone ai loro matrimoni né offrirsi come figliocci per battesimi e cresime.
Questo nostro ostinarci a non capire come va il mondo. Questo nostro ostinarci a voler sbagliare quanto meno possibile. Questo nostro ostinarci a voler pagare il prezzo della coerenza. Fa sbottare gli emuli del nobile bibliofilo di Torrescalla: “Non hai capito un cazzo, morirai povero e pazzo!”.
Cosa c’è da capire? Che fai più strada in politica scegliendoti come padrino di cresima Totò Cuffaro? Che sarai assunto nel calderone della più costosa e maggiormente letale sanità europea, quella siciliana, se ti adeguerai votando ad una delle innumerevoli liste del gran muftì Rafé Lombardo scegliendo tra delfini e colombe miracolosamente sfuggiti alle reti delle spadare o alle doppiette dei cacciatori? Che devi gridare “viva il ponte” anche se sai che alla fine il tempo per raggiungere Messina da Villa San Giovanni aumenterà perché il punto d’attraversamento è decine di chilometri più a nord e quindi più distante dall’ingresso dei caselli autostradali? Che devi dire “prima il ponte” anche se sai che per fare Catania-Trapani in treno occorre molto di più che per fare Catania-Roma e un tempo medio sei volte maggiore della Roma-Napoli?
Forse, abbiamo capito troppo. Ed è proprio sulla nostra capacità tutta siciliana di cogliere le sfumature che il bibliofilo di Torrescalla conta per lanciare moniti agli avversari e messaggi ai mafiosi.
Perché poi capita ogni volta che a pochi giorni dalle elezioni si trovi a passare dall’Italia un anchorman straniero che del tutto digiuno di comevanlecose si presti ad offrire un microfono al nobile erudito siciliano senza poi riuscire a rintuzzarlo o quanto meno a sputargli in faccia tutta la propria indignazione.
L’altra volta accade ad un certo Mike Sun Toro che non appena sceso da Marte e sollevata la celata dell’argentea tuta spaziale chiese a Dell’Utri conto dell’amicizia con un tal Cinà noto agli annali delle questure di tutto il mondo (Marte e Venere, quindi, esclusi) come trafficante internazionale di droga. Ed ecco l’erudito cattolico dire “Cinà, amico mio”. Risultato? 61 a 0 a favore della casa delle libertà.
Pochi giorni fa torna baldanzoso da venere un altro giornalista forestiero, Klaus Davi, che gli chiede di un certo stalliere di Arcore. “Mangano, un eroe!”.
“Minchia!”, avrei detto io che sono un cronistaccio di strada siciliano e se Mangano è un eroe, Paolo Borsellino che voleva arrestarlo cos’era? Un nazista? Ma l’anchorman straniero ne sa una più del cronista, non acconsente ma tace sapendo che la risposta arriverà. Ed eccola giungere inevitabile dall’immarcescibile Marcello: “Riscriveremo i libri sulla resistenza”.
Più che una minaccia, una promessa. Scritta con inchiostro al curaro simile a quello col quale vuol riscrivere i libri di storia, inquinare i pozzi, travolgere ponti culturali e argini mentali.
Per fortuna esiste ancora la grafite. C’è ancora quella bella matita che ti danno al seggio.
Andando a votare, ho pensato a tutto questo. Mi auguro ci pensino in tanti. Spero ci pensino i Siciliani. Poi penso ai molti siciliani che non votano in Sicilia. Sono emigrati trasferendo la residenza al Nord, dove il lavoro precario o malpagato c’è. Dove non devi giurare fedeltà al bibliofilo di Torrescalla o al Gran Rafé di Grammichele. Dove non importa di chi sei figlio o figlioccio. Penso ai siciliani che non votano in Sicilia perché son volati via in Australia o in Venezuela. Ed ecco scopro che anche in Venezuela c’è un altro Micciché (che, incredibile, ma vero, fa rimpiangere il primo) e tratta col bibliofilo sul che farne delle schede bianche che è un peccato lasciarle intonse.
Poi penso a quei brigadieri e ispettori che trascrivono quelle oscene discussioni. E che pensano e ripensano che se davvero funziona così, soldi in cambio di voti, il mio voto, il nostro voto non vale un cazzo, ma non si scoraggiano, ascoltano file, trascrivono maialate politiche, mandano informative ai magistrati che poi informano i ministri che poi si indignano ma mai cazzo quanto mi indigno io e quel cristo di carabiniere che vorrebbe un futuro di lavoro e prosperità per il figlio senza dover andare a baciare l’anello a don Rafé o al baruneddu di Torrescalla.
E tutto questo si chiama Resistenza, oggi. Non appartiene più alla storia ma alla cronaca. Al sacrificio diuturno scritto con lacrime, sudore e sangue, oggi. Appartiene a quell’ eroismo della quotidianità di cui l’erudito di Torrescalla dovrebbe aver sentito parlare. E a chi vorrebbe tapparci la bocca con un tratto di penna urlandoci dietro “Morirai povero e pazzo”, forse varrà ricordare le poche parole scritte da Willy Jervis, 42 anni, ingegnere della Olivetti di Ivrea, prima di essere ucciso dai nazisti. “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”.
www.aricolo21.info
www.pinofinofinocchiaro.it
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domenica 29 novembre 2009
lunedì 14 settembre 2009
La borghesia mafiosa secondo Imposimato

Scritto da Ferdinando Imposimato
Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader's Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e' con lo Stato. E spiegai che la capacita' della mafia e' di intessere legami stretti con le istituzioni - politica, magistratura, servizi segreti - a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta'. Collante tra mafia e Stato e' da sempre la massoneria.
Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e' mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e' rafforzato ed e' diventato piu' sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.
Da qualche tempo e' affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e' verificato ai primi anni '90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall'assassinio di Aldo Moro e da cio' che lo precedette e lo segui'.
Con la riforma del 1977, che istitui' il Sismi ed il Sisde, i primi atti del presidente del consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell'interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti diGiuseppe Santovito e Giulio Grassini, due generali affiliati alla P2 di Licio Gelli: che gia' allora era legato a Toto' Riina, il capo di Cosa Nostra. Furono diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina.
I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calo' e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare, assieme al pm Vittorio Occorsio: con lui trattavo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Amedeo Ortolani, figlio di Umberto, uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana, della P2 e del terrorismo nero.
Tra gli affiliati alla loggia di Gelli c'era un noto avvocato penalista, riciclatore del denaro dei sequestri, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva dato parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla mafia ed ai servizi segreti.
Occorsio, che aveva scoperto l'intreccio tra la strage di Piazza Fontana, l'eversione nera e la massoneria, venne assassinato l'11 luglio 1976. Per l'attentato fu condannato Pier Luigi Concutelli, che risulto' iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Falcone.La mia condanna a morte fu pronunciata, probabilmente dalla stessa associazione massonica, subito dopo che fui incaricato di istruire il caso Moro, in cui apparvero uomini della mafia guidati da Calo', i capi dei servizi manovrati dalla banda della Magliana e politici amici di Gelli.
A raccontarlo al giudice Otello Lupacchini fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non vi aveva fatto rientro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l'Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui aveva partecipato assieme ad Abbruciati, a Edoardo Toscano, ai fratelli Pellegrinetti, a Maurizio Andreucci e a Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlo' «di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato».
«Dal discorso si capiva che non si trattava di un'idea estemporanea: era evidente che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l'attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo in cui l'attentato poteva essere realizzato era in prossimita' del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all'istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere».
Proseguiva Mancini: «Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l'attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l'impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo "quel cornuto che ci ha portato al processo" Successivamente, parlando dell'attentato ai danni del giudice Imposimato, Abbruciati mi spiego' che, al di la' delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso "da personaggi legati alla massoneria", dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi».
In seguito, durante le indagini su Andreotti per l'omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accerto' che alla riunione, nel corso della quale si parlo' dell'attentato alla mia persona, avevano partecipato due uomini dei servizi segreti militari italiani di cui Mancini fece i nomi: essi furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento.
In seguito i due mi avvicinarono dicendomi che loro «non c'entravano niente con quella riunione» e che «evidentemente c'era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell'incontro in cui venne annunciata la condanna a morte».
Ovviamente non fui in grado di stabilire chi fossero i due agenti dei servizi. Restava il fatto che c'era stato un summit tra agenti segreti e mafiosi per decidere di eliminare, per ordine della massoneria, un giudice che istruiva due processi "scottanti": quello sulla banda della Magliana e il processo per la strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Moro.
Ne' io potevo occuparmi di una vicenda che mi riguardava in prima persona come obiettivo da colpire. Ma nessuno - tranne Falcone, che seppe, mi sembra da Antonino Giuffre', che Riina aveva avallato l'assassinio di mio fratello - si preoccupo' di stabilire chi dei servizi avesse partecipato al summit in cui era stato annunciato l'imminente assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro. Processo in cui, trenta anni dopo, venne alla luce il ruolo determinante della massoneria, della mafia e della politica.
In quel periodo non mi occupavo solo di sequestri di persona, ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, altro uomo della P2, e dell'assassinio di Vittorio Bachelet, dei giudici Girolamo Tartaglione e Riccardo Palma e, naturalmente, del caso Moro; ed avrei accertato, dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana. Ma tutto questo all'epoca non lo sapevo: la scoperta delle liste di Gelli avvenne nella primavera del 1981.
Cio' che e' certo e' che il capo del Sismi, Santovito, piduista, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era vero in tutto e per tutto. Qualcuno voleva evitare che la mia istruttoria su Moro e quella sulla banda della Magliana mi portassero a scoprire il complotto politico-massonico che, con la strumentalizzazione di sanguinari ed ottusi brigatisti, aveva decretato l'assassinio di Moro per fini che nulla avevano a che vedere con la linea della fermezza.
Il disegno di costringermi a lasciare il processo sulla Magliana e quello sulla strage di via Fani riusci', ma non secondo il piano dei congiurati. La mia uccisione non ebbe luogo per le precauzioni che riuscii a mettere in atto, ma nel 1983, nel pieno delle indagini su Moro, venne ucciso mio fratello Franco da uomini della mafia manovrati da Calo': gli stessi che avevano eseguito la vergognosa messinscena del 18 aprile 1978, ossia la morte di Moro nel lago della Duchessa.
Era evidente come il Sismi, che si era servito del mafioso Antonio Chichiarelli per preparare il falso comunicato, erano tutt'uno con la mafia, della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del lago della Duchessa, che provoco' una reazione violenta delle Br contro Moro, divenuto "pericoloso".
A distanza di 30 anni dal processo Moro e di 26 anni dall'assassinio di mio fratello Franco - assassinio che mi costrinse a lasciare la magistratura e tutte le mie inchieste - ho avuto la possibilita' di scoprire quali fossero le ragioni del progetto criminale contro di me: impedirmi di conoscere il complotto contro Moro.
Non era una trattativa tra Stato e mafia, ma un vero e proprio accordo tra servizi, mafia e massoneria, che, con la benedizione dei politici, sanci' prima la eliminazione di Moro e poi la mia esecuzione: la quale falli', ma si ritorse contro mio fratello Franco, il quale prima di morire, mi chiese di non abbandonare le indagini.
Il risultato fu che dopo quel barbaro assassinio fui costretto ad abbandonare tutte le inchieste sulla mafia e sui legami tra mafia, massoneria e stragismo. E nel 1986 dovetti rifugiarmi alle Nazioni Unite.
Durante le indagini che io conducevo a Roma sul falso sequestro Sindona, Falcone a Palermo per associazione mafiosa, e Turone e Colombo a Milano per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, venne fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di Gelli, l'elenco degli iscritti alla P2.
Enorme fu la sorpresa degli inquirenti: comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del Cesis, l'organismo che coordinava i servizi, e di quelli che facevano parte del Comitato di crisi del Viminale. Quel comitato che era stato istituito da Cossiga con l'avallo di Andreotti. Dopo la scoperta, venne decisa dal ministro Virginio Rognoni l'epurazione degli uomini di Gelli dai servizi e dal ministero dell'interno; ma di fatto non fu cosi'.
La Loggia del Venerabile mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di accertare la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono, con la complicita' dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici di governo, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi (la vicenda Pollari-Pompa docet) senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe.
Oggi e' riesplosa sulla stampa, per pochi giorni, la storia legata alla morte di Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la sua tragica morte a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni.
L'ipotesi investigativa prospetta la possibilita' che Borsellino sia rimasto schiacciato nell'ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in sintonia con la mafia, allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini efferati come la strage di Capaci. Si trattava di una vergogna, un'offesa alla memoria di Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo.
Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell'agenda rossa sparita del fratello Paolo, il quale, informato di questa infame proposta, probabilmente ha reagito con sdegno e rabbia: sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.
Ricordo che in quel tragico luglio del 1992, poco prima della strage di via D'Amelio, ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la norma voluta da Falcone, da me e da molti altri magistrati antimafia: la legge sui pentiti e il 41 bis. Nonostante la morte di Falcone, non c'era la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il suo varo. E oggi la si vuole abrogare.
L'aspetto piu' inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio, riconducibile ad attivita' sotto copertura del Sisde, entrato nelle indagini per la stage di via D'Amelio dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera di Gioacchino Genchi. Al numero di quell'ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via D'Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere certo il coinvolgimento di apparati dello Stato.
Ferdinando Imposimato
(La Voce delle Voci, 8 settembre 2009)
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sabato 1 agosto 2009
Il papello e la paura degli 007
dal notiziario di Rai News 24 delle 15
di Pino Finocchiaro
Nel 1992 Vito Ciancimino voleva imbastire tramite il colonnello Mario Mori una trattativa politica. Al vertice della commissione antimafia l'ex magistrato Luciano Violante che dopo 17 anni ha rivelato questo ed altri dettagli presentandosi spontaneamente ai giudici di Palermo.
Il verbale dell'interrogatorio è stato depositato a Palermo nell'ambito del processo contro Mario Mori, successivamente promosso generale dei e capo del Sisde, il servizio segreto che si occupa di sicurezza nazionale.
Mori deve rispondere della mancata cattura di Bernardo Provenzano. Le accuse vengono dall'ex colonnello Michele Riccio che contava su un collaboratore di spicco, Luigi Liardo, nipote del boss Giuseppe "Piddu" Madonia. Il blitz contro Provenzano fu interrotto. Liardo fu ucciso da lì a poco sul raccordo autostradale di Catania.
L'estate calda del '92 è stata ricostruita dall'ex presidente della Camera Luciano Violante puntando il dito su tre visite dell'allora colonnello Mori. Tre volte Violante rifiutò l'incontro e disse a Mori di parlarne con i magistrati. Mori rispose chiaro che Ciancimino spingeva per una trattativa politica.
Il tutto mentre prima a Palermo, poi sino al 1994 a Roma, Firenze e Milano esplodevano le bombe dello stragismo di mafia e cadevano decine di servitori dello stato e vittime innocenti.
Il patto scellerato, il papello che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, afferma di possedere, avrebbe seguito altre vie istituzionali. Come l'agente supersegreto Carlo visto nei pressi delle stragi di Palermo ma mai identificato perché la sim che avrebbe potuto indicarne il nome è sparita dagli archivi del palazzo di giustizia di Palermo.
Massimo Ciancimino ha deciso di non parlare più per le dichiarazioni del procuratore generale di Caltanissetta che minimizza il contributo di Ciancimino jr. Le indagini rischiano una battuta d'arresto mentre scattano 50 nuove scorte per i magistrati che si sono occupati delle stragi di mafia: sono tutti nel mirino di Cosa Nostra.
pinofinocchiaro@iol.it
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di Pino Finocchiaro
Nel 1992 Vito Ciancimino voleva imbastire tramite il colonnello Mario Mori una trattativa politica. Al vertice della commissione antimafia l'ex magistrato Luciano Violante che dopo 17 anni ha rivelato questo ed altri dettagli presentandosi spontaneamente ai giudici di Palermo.
Il verbale dell'interrogatorio è stato depositato a Palermo nell'ambito del processo contro Mario Mori, successivamente promosso generale dei e capo del Sisde, il servizio segreto che si occupa di sicurezza nazionale.
Mori deve rispondere della mancata cattura di Bernardo Provenzano. Le accuse vengono dall'ex colonnello Michele Riccio che contava su un collaboratore di spicco, Luigi Liardo, nipote del boss Giuseppe "Piddu" Madonia. Il blitz contro Provenzano fu interrotto. Liardo fu ucciso da lì a poco sul raccordo autostradale di Catania.
L'estate calda del '92 è stata ricostruita dall'ex presidente della Camera Luciano Violante puntando il dito su tre visite dell'allora colonnello Mori. Tre volte Violante rifiutò l'incontro e disse a Mori di parlarne con i magistrati. Mori rispose chiaro che Ciancimino spingeva per una trattativa politica.
Il tutto mentre prima a Palermo, poi sino al 1994 a Roma, Firenze e Milano esplodevano le bombe dello stragismo di mafia e cadevano decine di servitori dello stato e vittime innocenti.
Il patto scellerato, il papello che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, afferma di possedere, avrebbe seguito altre vie istituzionali. Come l'agente supersegreto Carlo visto nei pressi delle stragi di Palermo ma mai identificato perché la sim che avrebbe potuto indicarne il nome è sparita dagli archivi del palazzo di giustizia di Palermo.
Massimo Ciancimino ha deciso di non parlare più per le dichiarazioni del procuratore generale di Caltanissetta che minimizza il contributo di Ciancimino jr. Le indagini rischiano una battuta d'arresto mentre scattano 50 nuove scorte per i magistrati che si sono occupati delle stragi di mafia: sono tutti nel mirino di Cosa Nostra.
pinofinocchiaro@iol.it
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venerdì 24 luglio 2009
Cronisti nel mirino della borghesia mafiosa
Sono oltre duecento i giornalisti che in Italia, fra il 2006 e il 2008, hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico. Una decina di loro vivono sotto scorta. 24 Luglio 2009
-- I dati sono contenuti nel "Rapporto 2009 di Ossigeno" http://www.odg.it/site/index.php?q=content/o2-il-rapporto-2009 - , l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza.
Il Rapporto è stato consegnato nei giorni scorsi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la cerimonia del Ventaglio. Era presente tra gli altri Arnaldo Capezzuto, il cronista di Napoli che ha denunciato alla magistratura e fatto condannare i boss di Forcella che lo avevano minacciato per impedirgli di pubblicare alcuni retroscena dell’omicidio della giovanissima Annalisa Durante.
Il Rapporto Ossigeno 2009, pubblicato sulla rivista "Problemi dell’Informazione" (Il Mulino) http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_rivista.php?issn=0390-5195 -, da oggi è integralmente disponibile sui siti ufficiali della FNSI http://www.fnsi.it/Esterne/Home.asp - e dell’Ordine dei Giornalisti http://www.odg.it/site/index.php -.
"Nonostante i solenni impegni e i richiami autorevoli e ripetuti, ancora oggi, in Italia, c’è una grave, ingiustificata carenza di informazione sulla mafia. I mezzi di comunicazione di massa – con poche eccezioni – dicono sulla mafia meno di quel che potrebbero e dovrebbero. Il deficit di informazione è qualitativo e quantitativo. Sulla grande stampa, sui giornali locali, alla radio, in televisione si trova la cronaca nera e giudiziaria della mafia, quella che racconta i fatti di sangue man mano che si verificano e i relativi processi, quella che fa il resoconto delle spettacolari operazioni di polizia, quella che descrive alcuni particolari della vita dei boss" - denuncia l'introduzione del Rapporto.
Il Rapporto contiene tre reportages in Sicilia, Calabria e Campania fra i cronisti più esposti; analizza la dinamica dell’isolamento del giornalista che non osserva le regole non scritte della "prudenza"; elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà.
I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43 http://www.peacelink.it/sociale/a/29977.html - , altri nove riguardano intere redazioni (Secolo XIX, Telegenova, Chi l’ha visto?, Corriere di Livorno, Famiglia Cristiana, Avvenire) con oltre cento giornalisti.
Il rapporto segnala anche minacce collettive rivolte a intere redazioni e, viceversa, ma non comprende centinaia di episodi che non hanno fatto registrare attestazioni di solidarietà e spesso non sono arrivati sui giornali. Il Rapporto è frutto esclusivo di lavoro volontario. Fra gli episodi segnalati nel Rapporto, il più grave è l’attentato al cronista dell’Ansa di Palermo Lirio Abate, sventato all’ultimo momento il 4 settembre 2007.
Il Rapporto elenca sedici aggressioni fisiche, tre minacce in sede processuale (a Rosaria Capacchione, Roberto Saviano, Lirio Abbate), otto danneggiamenti all’abitazione o all’automobile, diciassette minacce telefoniche o con lettere anonime.
Il Rapporto include nei 52 episodi di intimidazione 15 perquisizioni giudiziarie giudicate particolarmente invasive, eseguite nelle abitazioni e nelle redazioni di cronisti che avevano appena pubblicato notizie di grandissimo rilievo per l’opinione pubblica.
"Si tratta di un fenomeno più grave e più esteso di quanto si possa dedurre dalle frammentarie notizie di cui si dispone comunemente - dice Alberto Spampinato, consigliere nazionale della Fnsi e direttore del progetto.
"Riguarda soprattutto i cronisti impegnati nei territori a forte radicamento mafioso. Con il nostro osservatorio vogliamo diffondere la consapevolezza che non si tratta di fatti marginali e far capire che di fronte a questo genere di minacce serve una più puntuale attenzione del mondo dell'informazione e delle istituzioni".
"I termini del problema sono chiari - continua Spampinato. In tutti i luoghi i cui sono poteri radicati, ramificati, veri centri di interesse politico economico e finanziario, le mafie usano la violenza per proteggere i propri affari in ogni modo, innanzi tutto impedendo che certe notizie arrivino all’opinione pubblica.
"Dunque il problema consiste in una limitazione della libertà di stampa, nella violazione di un fondamentale diritto sancito dalla Costituzione.
"Dunque in Sicilia, in Calabria, in Campania vige di fatto una Costituzione materiale che tollera la limitazione della libertà di informazione, che tollera i giornalisti finché non mettono a rischio gli affari mafiosi".
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-- I dati sono contenuti nel "Rapporto 2009 di Ossigeno" http://www.odg.it/site/index.php?q=content/o2-il-rapporto-2009 - , l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza.
Il Rapporto è stato consegnato nei giorni scorsi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la cerimonia del Ventaglio. Era presente tra gli altri Arnaldo Capezzuto, il cronista di Napoli che ha denunciato alla magistratura e fatto condannare i boss di Forcella che lo avevano minacciato per impedirgli di pubblicare alcuni retroscena dell’omicidio della giovanissima Annalisa Durante.
Il Rapporto Ossigeno 2009, pubblicato sulla rivista "Problemi dell’Informazione" (Il Mulino) http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_rivista.php?issn=0390-5195 -, da oggi è integralmente disponibile sui siti ufficiali della FNSI http://www.fnsi.it/Esterne/Home.asp - e dell’Ordine dei Giornalisti http://www.odg.it/site/index.php -.
"Nonostante i solenni impegni e i richiami autorevoli e ripetuti, ancora oggi, in Italia, c’è una grave, ingiustificata carenza di informazione sulla mafia. I mezzi di comunicazione di massa – con poche eccezioni – dicono sulla mafia meno di quel che potrebbero e dovrebbero. Il deficit di informazione è qualitativo e quantitativo. Sulla grande stampa, sui giornali locali, alla radio, in televisione si trova la cronaca nera e giudiziaria della mafia, quella che racconta i fatti di sangue man mano che si verificano e i relativi processi, quella che fa il resoconto delle spettacolari operazioni di polizia, quella che descrive alcuni particolari della vita dei boss" - denuncia l'introduzione del Rapporto.
Il Rapporto contiene tre reportages in Sicilia, Calabria e Campania fra i cronisti più esposti; analizza la dinamica dell’isolamento del giornalista che non osserva le regole non scritte della "prudenza"; elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà.
I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43 http://www.peacelink.it/sociale/a/29977.html - , altri nove riguardano intere redazioni (Secolo XIX, Telegenova, Chi l’ha visto?, Corriere di Livorno, Famiglia Cristiana, Avvenire) con oltre cento giornalisti.
Il rapporto segnala anche minacce collettive rivolte a intere redazioni e, viceversa, ma non comprende centinaia di episodi che non hanno fatto registrare attestazioni di solidarietà e spesso non sono arrivati sui giornali. Il Rapporto è frutto esclusivo di lavoro volontario. Fra gli episodi segnalati nel Rapporto, il più grave è l’attentato al cronista dell’Ansa di Palermo Lirio Abate, sventato all’ultimo momento il 4 settembre 2007.
Il Rapporto elenca sedici aggressioni fisiche, tre minacce in sede processuale (a Rosaria Capacchione, Roberto Saviano, Lirio Abbate), otto danneggiamenti all’abitazione o all’automobile, diciassette minacce telefoniche o con lettere anonime.
Il Rapporto include nei 52 episodi di intimidazione 15 perquisizioni giudiziarie giudicate particolarmente invasive, eseguite nelle abitazioni e nelle redazioni di cronisti che avevano appena pubblicato notizie di grandissimo rilievo per l’opinione pubblica.
"Si tratta di un fenomeno più grave e più esteso di quanto si possa dedurre dalle frammentarie notizie di cui si dispone comunemente - dice Alberto Spampinato, consigliere nazionale della Fnsi e direttore del progetto.
"Riguarda soprattutto i cronisti impegnati nei territori a forte radicamento mafioso. Con il nostro osservatorio vogliamo diffondere la consapevolezza che non si tratta di fatti marginali e far capire che di fronte a questo genere di minacce serve una più puntuale attenzione del mondo dell'informazione e delle istituzioni".
"I termini del problema sono chiari - continua Spampinato. In tutti i luoghi i cui sono poteri radicati, ramificati, veri centri di interesse politico economico e finanziario, le mafie usano la violenza per proteggere i propri affari in ogni modo, innanzi tutto impedendo che certe notizie arrivino all’opinione pubblica.
"Dunque il problema consiste in una limitazione della libertà di stampa, nella violazione di un fondamentale diritto sancito dalla Costituzione.
"Dunque in Sicilia, in Calabria, in Campania vige di fatto una Costituzione materiale che tollera la limitazione della libertà di informazione, che tollera i giornalisti finché non mettono a rischio gli affari mafiosi".
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domenica 3 maggio 2009
Binu Provenzano ricercato vedeva Vito Ciancimino ai domiciliari
"Fra il 1999 e il 2002, mio padre era agli arresti domiciliari a Roma e incontrò diverse volte Bernardo Provenzano". Massimo Ciancimino è stato come un fiume in piena nell'aula bunker di Milano dove si celebrava l'udienza del processo Gotha.
I giudici di Palermo lo hanno ascoltato in trasferta per ragioni di sicurezza.
"Per fortuna c'è Provenzano" diceva l'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia e corruzione, morto il 19 novembre 2002. Lo ha rivelato il figlio che era in aula come imputato di reato connesso. Massimo avrebbe potuto tacere. Anzi, ha rischiato di tacere prima per le minacce ricevute con tanto di proiettili, poi perché l'udienza rischiava di saltare. Fortunatamente, i tecnici di Radio Radicale si sono sostituiti a quelli assenti della Giustizia, ed hanno registrato il dibattimento.
Il pm Nino di Matteo ha chiesto. Massimo ha narrato del padre ammalato che riceveva con qualche preoccupazione il superlatitante, Bernardo Provenzano. Eppure, nessuno lo riconosceva neppure lì a due passi da piazza di Spagna, nella Capitale. Mio padre Vito stimava Provenzano ma non Totò Riina, ha precisato Massimo Ciancimino. Tanta mobilità, per Ciancimino Jr, veniva garantita a Provenzano in base ad uno pseudo-accordo: "Provenzano aveva quasi una missione" e telefonava regolarmente a Vito Ciancimino con lo pseudonimo di ingegner Lo Verde. Ma gli incontri non si svolgevano sempre a casa di mio padre, spesso l'ho accompagnato in alcune ville del palermitano e nel trapanese". Ha spiegato Ciancimino Jr.
Poi i rapporti con politici e imprenditori organici a Cosa Nostra. Alcuni dei quali già alla sbarra in questo processo Gotha che si preannuncia "esplosivo" per la borghesia mafiosa siciliana. Nuova udienza a Palermo, il 7 maggio.
www.rainews24.it
pinofinocchiaro@iol.it
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I giudici di Palermo lo hanno ascoltato in trasferta per ragioni di sicurezza.
"Per fortuna c'è Provenzano" diceva l'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia e corruzione, morto il 19 novembre 2002. Lo ha rivelato il figlio che era in aula come imputato di reato connesso. Massimo avrebbe potuto tacere. Anzi, ha rischiato di tacere prima per le minacce ricevute con tanto di proiettili, poi perché l'udienza rischiava di saltare. Fortunatamente, i tecnici di Radio Radicale si sono sostituiti a quelli assenti della Giustizia, ed hanno registrato il dibattimento.
Il pm Nino di Matteo ha chiesto. Massimo ha narrato del padre ammalato che riceveva con qualche preoccupazione il superlatitante, Bernardo Provenzano. Eppure, nessuno lo riconosceva neppure lì a due passi da piazza di Spagna, nella Capitale. Mio padre Vito stimava Provenzano ma non Totò Riina, ha precisato Massimo Ciancimino. Tanta mobilità, per Ciancimino Jr, veniva garantita a Provenzano in base ad uno pseudo-accordo: "Provenzano aveva quasi una missione" e telefonava regolarmente a Vito Ciancimino con lo pseudonimo di ingegner Lo Verde. Ma gli incontri non si svolgevano sempre a casa di mio padre, spesso l'ho accompagnato in alcune ville del palermitano e nel trapanese". Ha spiegato Ciancimino Jr.
Poi i rapporti con politici e imprenditori organici a Cosa Nostra. Alcuni dei quali già alla sbarra in questo processo Gotha che si preannuncia "esplosivo" per la borghesia mafiosa siciliana. Nuova udienza a Palermo, il 7 maggio.
www.rainews24.it
pinofinocchiaro@iol.it
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martedì 17 marzo 2009
Il Caso Catania non esiste! Non da ieri, almeno

18 17 NOVEMBRE 2000 centonove
Il consulente dell'Antimafia rilancia l'idea che fu di Nicolosi: «Spostare i centri di spesa
sugli appalti da Catania a Roma per rendere meno facile il “lavoro” alle cosche»
Catania, proposta Ardita
CONTRO CATANIA
Il caso Catania è approdato formalmente in Commissione Antimafia martedì 14 novembre, una lunga relazione del senatore Euprepio Curto di An: oltre cento cartelle
interamente secretate dove si passano in rassegna i mali
oscuri della città.
interamente secretate dove si passano in rassegna i mali
oscuri della città.
Corruzione, clientelismo, connivenze, mafia
& fiancheggiatori, criminalità minorile come cartina di tornasole
di un disagio sociale che Stato ed Enti locali non hanno
saputo affrontare.
& fiancheggiatori, criminalità minorile come cartina di tornasole
di un disagio sociale che Stato ed Enti locali non hanno
saputo affrontare.
Curto pesca a piene mani dall’esperienza di Sebastiano Ardita, il giudice non più “ragazzino”,
che raccolse il memoriale Nicolosi nel quale si traccia la mappa della corruzione in Sicilia.
che raccolse il memoriale Nicolosi nel quale si traccia la mappa della corruzione in Sicilia.
Ardita è oggi consulente della Commissione Antimafia. Curto - non tutto il Polo - mostra di fidarsi
dei suggerimenti di Ardita, rilancia la proposta che fu dell’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, di spostare i centri di spesa nella Capitale, in modo da rendere più distante
per le mosche di Cosa Nostra il volo sino alla “marmellata” degli appalti.
dei suggerimenti di Ardita, rilancia la proposta che fu dell’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, di spostare i centri di spesa nella Capitale, in modo da rendere più distante
per le mosche di Cosa Nostra il volo sino alla “marmellata” degli appalti.
Giungono suggerimenti tecnici anche per rendere più duro il 41 bis schermando le carceri contro le comunicazioni con i telefoni cellulari che già hanno trovato modo di entrare
nei penitenziari di massima sicurezza, consentendo di ordinare esecuzioni mafiose. Ma è "caso Catania", anche al Csm, dopo il pronunciamento della prima commissione del
Consiglio Superiore della Magistratura che ha proposto l’allontanamento del presidente del Tribunale dei Minori, Giovambattista Scidà, per incompatibilità ambientale e funzionale.
nei penitenziari di massima sicurezza, consentendo di ordinare esecuzioni mafiose. Ma è "caso Catania", anche al Csm, dopo il pronunciamento della prima commissione del
Consiglio Superiore della Magistratura che ha proposto l’allontanamento del presidente del Tribunale dei Minori, Giovambattista Scidà, per incompatibilità ambientale e funzionale.
Il "caso Catania" è un caso scomodo. Di quelli indicibili, con fatti e memorie da rimuovere. Il caso
Catania arroventa i rapporti politici, rivela un ritardo di consapevolezza dove a pagare sono i deboli o i sovraesposti come Titta Scidà. Mentre il Csm accusa Scidà, non molto distante a Roma, la Commissione Antimafia gli dedica un intero capitolo della relazione sul "caso Catania" ergendolo a paradigma di quegli umili e onesti che tanto hanno fatto, ma altrettanti ostacoli istituzionali hanno trovato lungo il loro cammino. La città insorge. Un’affollata
riunione si tiene a "Cittainsieme", il movimento di Salvatore Resca. Michi Gambino, direttore
di Avvenimenti, intervenendo paragona il giudice Scidà ad un altro siciliano scomodo: Pippo Fava.
Catania arroventa i rapporti politici, rivela un ritardo di consapevolezza dove a pagare sono i deboli o i sovraesposti come Titta Scidà. Mentre il Csm accusa Scidà, non molto distante a Roma, la Commissione Antimafia gli dedica un intero capitolo della relazione sul "caso Catania" ergendolo a paradigma di quegli umili e onesti che tanto hanno fatto, ma altrettanti ostacoli istituzionali hanno trovato lungo il loro cammino. La città insorge. Un’affollata
riunione si tiene a "Cittainsieme", il movimento di Salvatore Resca. Michi Gambino, direttore
di Avvenimenti, intervenendo paragona il giudice Scidà ad un altro siciliano scomodo: Pippo Fava.
Si può uccidere un uomo con una gragnuola di colpi alla testa, ma anche accusandolo di cose ignobili.
I capi di accusa contro Scidà sono sei: cinque ignobili e tutti da provare relativi all’esercizio delle
sue funzioni di presidente. Su questi punti i suoi fedelissimi giudici-ragazzini stanno raccogliendo
prove e testimonianze che se verranno ascoltate dal Csm basteranno a porlo al riparo da ogni critica.
sue funzioni di presidente. Su questi punti i suoi fedelissimi giudici-ragazzini stanno raccogliendo
prove e testimonianze che se verranno ascoltate dal Csm basteranno a porlo al riparo da ogni critica.
Il sesto capo di imputazione mosso dal Csm contro Scidà è vero, autentico, provato, ma non
ignobile. Una vera medaglia nell’onore di questo settantenne che non ha perso il vizio di indignarsi.
La contestazione è del 17 maggio 2000: «Avere sostenuto in dichiarazioni pubbliche
ed in esposti al Csm l’esistenza di connivenze tra magistrati catanesi ed esponenti della malavita organizzata e relativi referenti politici, senza supportare tali gravi affermazioni
con un minimo di prove».
ed in esposti al Csm l’esistenza di connivenze tra magistrati catanesi ed esponenti della malavita organizzata e relativi referenti politici, senza supportare tali gravi affermazioni
con un minimo di prove».
Gli esposti al Csm del presidente Scidà sollevavano ragioni di incompatibilità ambientale per l’attuale procuratore di Catania, Mario Busacca, e per uno dei suoi aggiunti, Vincenzo
D’Agata. E’ bene rimarcare che Scidà non aveva concorso al posto di capo della Procura di Catania nonostante ne avesse i titoli di merito e pur essendo molto più anziano in
termini di carriera degli altri concorrenti. Scidà già nel febbraio scorso, proprio su Centonove aveva lanciato l'allarme sul primato dei reati minorili a Catania. Scidà accusava e il procuratore
generale Giacomo Scalzo paragonava la figura tetragona dell’anziano presidente all’urlo del pittore norvegese Edvard Munch che si perdeva nel vuoto di un ponte sospeso,
in bilico tra vita e nulla.
«Catania non occupa il secondo posto, nella graduatoria della frequenza del numero degli arresti
di minorenni - disse allora Scidà - occupa il primo. C’è, comunque, qualcosa di più grave che i fatti. E’ lo sforzo, corale, di nasconderli».
di minorenni - disse allora Scidà - occupa il primo. C’è, comunque, qualcosa di più grave che i fatti. E’ lo sforzo, corale, di nasconderli».
Il "grido” di Scidà fu alto, circostanziato, diretto al patto scellerato tra mafia e collettori di investimenti pubblici. Le mani sulla città. E sui suoi figli più piccoli, incolpevoli.
«E’ ormai tempo di chiedersi il perché di quell’impegno di celamento. Lo diciamo da dieci anni. Né la criminalità dei minori, né la mafia, sono piombate improvvisamente su Catania, come la peste sulla Atene di Pericle. Esse sono due dei costi inflitti a Catania dalla criminalità degli affari pubblici».
mercoledì 4 febbraio 2009

"Le mani della mafia sulla festa di S.Agata: nulla è cambiato"-
Dieci associazioni chiedono interventi incisivi da parte delle Forze dell'Ordine e del Comune. "Gli atti del processo parlano chiaro".
Di Rosa Maria Di Natale
Il Comune di Catania è stato invitato a costituirsi parte civile nel processo che a partire dal 12 marzo sarà celebrato davanti al Tribunale. Gli imputati? Gli stessi che hanno messo le mani sulla Festa della Patrona, e che non fanno nulla per nascondere la loro influenza mafiosa salendo sul fercolo e vestendo il “sacco”.
I nomi parlano da soli: Santapaola e Mangion, e i reati sono quelli commessi all’interno del Circolo di S.Agata alla Collegiata in relazione alle celebrazioni agatine. A chiedere ufficialmente che il Comune faccia la sua parte, ieri mattina sono stati i rappresentanti delle associazioni Addio Pizzo, Catania Possibile, Centro Astalli, Cittainsieme, Cittainsieme giovani, Fondazione Giuseppe Fava, Libera, Mani Tese, Movi, Pax Christi. Ad ospitare l’incontro con la stampa la Facoltà di Lingue.
Non a caso, in un’aula dei Benedettini, è stato il preside Nunzio Famoso a presentare l’iniziativa. “E’ arrivato il momento di liberare la festa da elementi che definire “torbidi” appare lieve- spiega Famoso- Già l’anno scorso sono state fatte dichiarazioni pesanti a proposito degli elementi inquinanti che stanno attorno alla manifestazione.
Eppure quest’anno non risultano provvedimenti di tutela della festa e dei cittadini. Provvedimenti che invece avrebbero dovuto essere presi dal Comune, dalla Chiesa e dagli organi preposti alla legalità”.
Renato Camarda, di “Catania possibile”, ha sottolineato alcuni passaggi chiave della vicenda, citando – documenti processuali alla mano- dichiarazioni di personaggi eccellenti invitati a riferire sulla festa.
Come il presidente del Comitato dei festeggiamenti Luigi Maina che si è detto “non soddisfatto di come si svolge la festa da vari anni a questa parte”, anche per la “presenza sempre più pressante di personaggi legati ad ambienti mafiosi della città”.
Camarda ha fatto riferimento anche alla triste vicenda del devoto Roberto Calì che perse la vita in un tragico incidente del 2004 durante la festa (“a pagare fu il capovara e nessun altro”) e ad una cena organizzata dal Circolo S.Agata a cui avrebbero partecipato anche esponenti del clan Santapaola.
E sul tavolo della conferenza stampa hanno fatto bella mostra di sé le foto consegnate l’anno scorso alle associazioni dalle forze dell’Ordine; foto che ritraggono cittadini dai cognomi inequivocabili, indaffarati a raccogliere ceri e offerte dei devoti.
Rosa Maria Di Natale
Giornale di Sicilia, ed. di Catania del 4/02/2009 pag. 17
FESTA DI S.AGATA: GRANDE POPOLO,
NIENTE APPLAUSI ALLE AUTORITA',
SILENZIO SIGNIFICATIVO
Mercoledì 04 Febbraio 2009 08:28
di Aldo Canuto
La festa della Patrona di Catania, S.Agata oggi, mercoledì 4 febbraio, entra nel secondo giorno di culto, di devozione, di folclore, di tradizioni che non hanno riscontro nel mondo.
Soltanto la Settimana Santa di Siviglia in Spagna e la festa del Corpus Domini a Guzco in Peru' possono paragonarsi, quanto a popolarita', ai festeggiamenti agatini, da cinque secoli sempre uguali....
Per tre giorni la gente sciama nelle vie e nelle piazze. Devoti o curiosi si contano a centinaia e centinaia di migliaia, anche sino a un milione. Sono tre giorni di solennita’ ma due in particolare, quando Sant'Agata il 4 e il 5 febbraio nel suo argenteo fercolo "a vara" va tra la sua gente, attraversa i quartieri popolari e quelli alti.
“Catania, rinata molte volte da devastanti terremoti e eruzioni dell'Etna, ha tributato alla Patrona chiese e monumenti tra i più belli e prestigiosi.
Fatto questo breve excursus storico, doveroso, vediamo come stanno vivendo la festa i catanesi. E’ un momento di crisi nazionale, mondiale, particolarmente sentita in questa Città che non ha realizzato, nonostante l’intraprendenza commerciale, industriale del suo popolo, quello sviluppo economico, sociale, culturale che avrebbe meritato.
Il lavoro non c’è per tutti, i giovani disoccupati usciti dalla scuola, si ritrovano in tasca un “pezzo di carta”, ma nessuna prospettiva per il loro futuro. Molti quartieri popolari, Librino, Monte Po’, S.Cristofaro, Civita, vivono condizioni sociali gravi. Il malaffare conquista giovanissimi i figli di questi quartieri, dediti allo spaccio, ad attività della malavita organizzata, ancora presente a Catania e nel suo hinterland.
Il malessere della Città, è stato toccato con mano il 3 febbraio, quando le autorità cittadine da Palazzo di Città, si sono recati alla chiesa del Sacro Carcere di P.zza Stesicoro a venerare il velo del martirio di S.Agata. Nota di colore-giallo, nel corso della cerimonia, alla presenza di tutte le massime autorità civili, religiose, militari, con presenza di tantissimi uomini dell’ordine pubblico, mentre si svolgeva la funzione religiosa, nella sacrestia attigua all’altare maggiore della Chiesa di S.Bagio, è stata sottratta, da qualche “ picciotto”, magari con il saio bianco di devoto, la borsa dell’Arcivescovo Mons. Salvatore Cristina, che conteneva la croce pettorale e un telefonino. Catania non si smentisce, neanche nel giorno della festa di S.Agata.
Il corteo passa per via Etnea, affollatissima, in pompa magna, il sindaco Stancanelli, sulla tradizionale Carrozza del Senato cittadino, trainata da quattro cavalli, è quello il momento in cui si coglie l’umore dei catanesi. Se il sindaco ha operato bene, avrà tanti applausi, diversamente gli applausi andranno al rappresentante dell’opposizione. Ieri, fatto che non ha precedenti, a manifestare dissenso per la situazione di abbandono della Città, non è partito alcun applauso.
Silenzio generale che ha un profondo significato del pensiero dei catanesi nei confronti dell’attuale governo di Catania, in crisi finanziaria, traffico caotico, igiene carente, trasporti urbani inefficienti, strade abbandonate, illuminazione pubblica ripristinata, non in tutta la città, da qualche settimana in occasione delle feste agatine. Festa, quindi, molto triste per Catania, per i suoi concittadini, poco sfarzo, gli stessi giochi pirotecnici del 3 febbraio, ridotti al minimo, in coerenza con la crisi finanziaria che attanaglia la Città.
Domani 5 febbraio, sarà il giorno conclusivo delle onoranze alla Patrona S. Agata, il 6 mattino il rientro in cattedrale e poi tanta riflessione, ci auguriamo, per l’amministrazione civica per il senso del messaggio che i catanesi hanno voluto dare a quelli del Palazzo. Sant’Agata, li indirizzi sempre più verso il bene comune! I catanesi attendono risposte dal sindaco Stancanelli,impegnatissimo a recuperare, con atti concreti, credibilità e fiducia.
Dieci associazioni chiedono interventi incisivi da parte delle Forze dell'Ordine e del Comune. "Gli atti del processo parlano chiaro".
Di Rosa Maria Di Natale
Il Comune di Catania è stato invitato a costituirsi parte civile nel processo che a partire dal 12 marzo sarà celebrato davanti al Tribunale. Gli imputati? Gli stessi che hanno messo le mani sulla Festa della Patrona, e che non fanno nulla per nascondere la loro influenza mafiosa salendo sul fercolo e vestendo il “sacco”.
I nomi parlano da soli: Santapaola e Mangion, e i reati sono quelli commessi all’interno del Circolo di S.Agata alla Collegiata in relazione alle celebrazioni agatine. A chiedere ufficialmente che il Comune faccia la sua parte, ieri mattina sono stati i rappresentanti delle associazioni Addio Pizzo, Catania Possibile, Centro Astalli, Cittainsieme, Cittainsieme giovani, Fondazione Giuseppe Fava, Libera, Mani Tese, Movi, Pax Christi. Ad ospitare l’incontro con la stampa la Facoltà di Lingue.
Non a caso, in un’aula dei Benedettini, è stato il preside Nunzio Famoso a presentare l’iniziativa. “E’ arrivato il momento di liberare la festa da elementi che definire “torbidi” appare lieve- spiega Famoso- Già l’anno scorso sono state fatte dichiarazioni pesanti a proposito degli elementi inquinanti che stanno attorno alla manifestazione.
Eppure quest’anno non risultano provvedimenti di tutela della festa e dei cittadini. Provvedimenti che invece avrebbero dovuto essere presi dal Comune, dalla Chiesa e dagli organi preposti alla legalità”.
Renato Camarda, di “Catania possibile”, ha sottolineato alcuni passaggi chiave della vicenda, citando – documenti processuali alla mano- dichiarazioni di personaggi eccellenti invitati a riferire sulla festa.
Come il presidente del Comitato dei festeggiamenti Luigi Maina che si è detto “non soddisfatto di come si svolge la festa da vari anni a questa parte”, anche per la “presenza sempre più pressante di personaggi legati ad ambienti mafiosi della città”.
Camarda ha fatto riferimento anche alla triste vicenda del devoto Roberto Calì che perse la vita in un tragico incidente del 2004 durante la festa (“a pagare fu il capovara e nessun altro”) e ad una cena organizzata dal Circolo S.Agata a cui avrebbero partecipato anche esponenti del clan Santapaola.
E sul tavolo della conferenza stampa hanno fatto bella mostra di sé le foto consegnate l’anno scorso alle associazioni dalle forze dell’Ordine; foto che ritraggono cittadini dai cognomi inequivocabili, indaffarati a raccogliere ceri e offerte dei devoti.
Rosa Maria Di Natale
Giornale di Sicilia, ed. di Catania del 4/02/2009 pag. 17
FESTA DI S.AGATA: GRANDE POPOLO,
NIENTE APPLAUSI ALLE AUTORITA',
SILENZIO SIGNIFICATIVO
Mercoledì 04 Febbraio 2009 08:28
di Aldo Canuto
La festa della Patrona di Catania, S.Agata oggi, mercoledì 4 febbraio, entra nel secondo giorno di culto, di devozione, di folclore, di tradizioni che non hanno riscontro nel mondo.
Soltanto la Settimana Santa di Siviglia in Spagna e la festa del Corpus Domini a Guzco in Peru' possono paragonarsi, quanto a popolarita', ai festeggiamenti agatini, da cinque secoli sempre uguali....
Per tre giorni la gente sciama nelle vie e nelle piazze. Devoti o curiosi si contano a centinaia e centinaia di migliaia, anche sino a un milione. Sono tre giorni di solennita’ ma due in particolare, quando Sant'Agata il 4 e il 5 febbraio nel suo argenteo fercolo "a vara" va tra la sua gente, attraversa i quartieri popolari e quelli alti.
“Catania, rinata molte volte da devastanti terremoti e eruzioni dell'Etna, ha tributato alla Patrona chiese e monumenti tra i più belli e prestigiosi.
Fatto questo breve excursus storico, doveroso, vediamo come stanno vivendo la festa i catanesi. E’ un momento di crisi nazionale, mondiale, particolarmente sentita in questa Città che non ha realizzato, nonostante l’intraprendenza commerciale, industriale del suo popolo, quello sviluppo economico, sociale, culturale che avrebbe meritato.
Il lavoro non c’è per tutti, i giovani disoccupati usciti dalla scuola, si ritrovano in tasca un “pezzo di carta”, ma nessuna prospettiva per il loro futuro. Molti quartieri popolari, Librino, Monte Po’, S.Cristofaro, Civita, vivono condizioni sociali gravi. Il malaffare conquista giovanissimi i figli di questi quartieri, dediti allo spaccio, ad attività della malavita organizzata, ancora presente a Catania e nel suo hinterland.
Il malessere della Città, è stato toccato con mano il 3 febbraio, quando le autorità cittadine da Palazzo di Città, si sono recati alla chiesa del Sacro Carcere di P.zza Stesicoro a venerare il velo del martirio di S.Agata. Nota di colore-giallo, nel corso della cerimonia, alla presenza di tutte le massime autorità civili, religiose, militari, con presenza di tantissimi uomini dell’ordine pubblico, mentre si svolgeva la funzione religiosa, nella sacrestia attigua all’altare maggiore della Chiesa di S.Bagio, è stata sottratta, da qualche “ picciotto”, magari con il saio bianco di devoto, la borsa dell’Arcivescovo Mons. Salvatore Cristina, che conteneva la croce pettorale e un telefonino. Catania non si smentisce, neanche nel giorno della festa di S.Agata.
Il corteo passa per via Etnea, affollatissima, in pompa magna, il sindaco Stancanelli, sulla tradizionale Carrozza del Senato cittadino, trainata da quattro cavalli, è quello il momento in cui si coglie l’umore dei catanesi. Se il sindaco ha operato bene, avrà tanti applausi, diversamente gli applausi andranno al rappresentante dell’opposizione. Ieri, fatto che non ha precedenti, a manifestare dissenso per la situazione di abbandono della Città, non è partito alcun applauso.
Silenzio generale che ha un profondo significato del pensiero dei catanesi nei confronti dell’attuale governo di Catania, in crisi finanziaria, traffico caotico, igiene carente, trasporti urbani inefficienti, strade abbandonate, illuminazione pubblica ripristinata, non in tutta la città, da qualche settimana in occasione delle feste agatine. Festa, quindi, molto triste per Catania, per i suoi concittadini, poco sfarzo, gli stessi giochi pirotecnici del 3 febbraio, ridotti al minimo, in coerenza con la crisi finanziaria che attanaglia la Città.
Domani 5 febbraio, sarà il giorno conclusivo delle onoranze alla Patrona S. Agata, il 6 mattino il rientro in cattedrale e poi tanta riflessione, ci auguriamo, per l’amministrazione civica per il senso del messaggio che i catanesi hanno voluto dare a quelli del Palazzo. Sant’Agata, li indirizzi sempre più verso il bene comune! I catanesi attendono risposte dal sindaco Stancanelli,impegnatissimo a recuperare, con atti concreti, credibilità e fiducia.
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