venerdì 19 dicembre 2008

Consigli da Cronista


Lo spirito di un giornale


Giuseppe Fava,


Giornale del Sud, 11 ottobre 1981


Io ho un concetto etico del giornalismo.


Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società.


Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.


Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane.


Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali. Ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero.


Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere.


Il suo stesso fallimento!


Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo!


La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà!
Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria.

E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio d’impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: "Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, né la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!".

mercoledì 26 novembre 2008

Consigli per non cedere l'azienda



CATANIA - Il sostituto procuratore generale di Catania, Gaetano Siscaro, ha chiesto alla Corte d'appello etnea il rinvio a giudizio per omicidio di Sebastiano Scuto, il 're dei supermercati' in Sicilia. 


L'imprenditore è accusato di avere indicato al clan al quale pagava il 'pizzo' Giovanni Aiello, un estorsore del clan Sciuto Tigna ucciso dalla cosca rivale dei Laudani, che aveva chiesto una tangente a un punto vendita gestito da Scuto.

Per la stessa accusa l'imprenditore era stato prosciolto nel 2004 dal Gup Antonino Fallone  a conclusione dell'udienza preliminare. Contro questa decisione la Procura generale aveva presentato ricorso che è stato bloccato dalla Cassazione perchè ritenuto in un primo momento inammissibile.


 L'udienza preliminare riprenderà martedì prossimo con l'intervento degli avvocati della difesa.

martedì 25 novembre 2008

Consigli per i bimbi - Gomorra

   Era il delfino del boss del rione Sanità a Napoli che pochi giorni fa aveva accusato un ex senatore della destra di aver ordinato tre omicidi alla Camorra. Adesso denuncia, la Camorra è riuscita a convincere la moglie e i figli ad abbandonarlo con l'inganno dalla località protetta dove vivevano. La notizia èstata diffusa dal quotididiano napoletano Il Roma.


 Giuseppe Misso junior, nipote dell'omonimo boss camorrista ha chiesto l'intervento delle forze dell'ordine e dei magistrati per avere notizie dei due bambini. Fino ad una settimana fa, ha spiegato, viveva assieme alla moglie ed ai figli maschi, di due e tre anni: "Poi - ha detto Misso junior - la camorra ha imposto a tutta la famiglia di mia moglie di lasciare il programma di protezione. Lei un giorno ha detto che usciva a fare la spesa, e invece e' sparita con i miei due figli". Adesso il pentito chiede di poter sapere dove siano la moglie ed i bambini: "Ho paura per la loro vita".


 A metà novembre, lo zio, collaboratore di giustizia, collegato in video conferenza da Prato, rivolgendosi alla corte d'appello di Napoli aveva accusato, Michele Florino, ex senatore del movimento sociale e di alleanza nazionale, attualmente esponente della Destra, di avere ordinato l'omicidio di tre persone. L'esecuzione camorrista era avvenuta il 24 settembre dell'83 a Napoli. A cadere sotto i colpi dei killer erano stati Domenico Cella, Ciro Guazzo e Ciro Lollo. Secondo Misso, l'agguato costituiva un segnale per il clan Giuliano che intendeva chiudere le sezioni del movimento sociale per favorire un candidato socialista al rione sanità. Michele Fiorino, ex componente della commissione antimafia, ha smentito le accuse con una parola, falsità.

Aggiornando la notizia, il Roma, ha scritto: «Pentito o camorrista o uomo di strada, tutti hanno diritto di stare con i propri figli e nessuno dovrebbe poter togliere i bambini a qualcuno, né i giudici né i malviventi ». A parlare, dopo il caso del collaboratore di giustizia Giuseppe Misso junior, a cui la moglie ha sottratto i figli portandoli via dal servizio di protezione, è Immacolata Iacone, moglie del boss della Nco Raffele Cutolo. Hanno avuto una bimba un anno fa, «ma mio marito soffre perché non può abbracciarla nemmeno durante i colloqui in carcere». 

Intanto, l’avvocato di Giuseppe Misso si dice pronto a chiedere la revoca della potestà genitoriale per la madre dei bimbi: non poteva metterli a rischio scegliendo da sola di sottrarli alla protezione dello Stato. 

Ma il Servizio di protezione rassicura: «È tutto sotto controllo, i bimbi sono fuori regione e presto torneranno dal padre». 

lunedì 24 novembre 2008

Consigli per non cedere

ULTIMO: PER DIFENDERMI DALLA MAFIA LA ATTACCO!
ULTIMO AMA DIRE: IL SOLO MODO CHE CONOSCO PER DIFENDERMI DALLA MAFIA È ATTACCARLA!

Società(24/11/2008) - Nello Stretto accadono cose strambe: tutti sono amici degli amici, ma guai a chi è onesto. Perché le colpe del male cadranno su di lui. 

Da qualche tempo ci arrivano segnalazioni su ghiotti incarichi offertici da questo o quello in cambio della nostra penna. Ne siamo fieri: è la dimostrazione che quello che scriviamo fa paura ai vigliacchi! E del resto è anche un notevole passo in avanti: solo qualche anno addietro avrebbero bollato i nostri scritti come frutto di pazzie... Si vede che la cura da noi sostenuta ha fatto un bell'effetto se oggi addirittura ci promuovono a prossimi portavoce, per esempio del rettore Franco Tomasello.

Battute a parte, a beneficio delle persone umili che credono in quel che IMG Press scrive ricordiamo quel che ultimo ama dire: il solo modo che conosco per difendermi dalla mafia è attaccarla!

L'amara verità è che dai loro salotti grigi, con l'arroganza delle loro penne e della loro "elevata posizione", molti dirigenti (in verità anche molti non dirigenti) anzichè esercitare le loro alte (o basse) funzioni per "servire" la collettività, si servono della collettività per fini personali. E' in questa categoria di persone che si annidano quelli che anzichè combattere la mafia, combattono quelli piccoli che combattono la mafia. 

Loro professionisti dell'antimafia, della comunicazione, delle certezze, delle verità assolute, noi spettatori, utili stupidi di chissà quale oscura trama.

Uomini corrotti e eterni pavoni siete nel torto: noi come ultimo, rimaniamo nascosti accanto agli extracomunitari, alle prostitute, ai tossicodipendenti, ai punk che combattono con la musica, agli alcolizzati, agli zingari, ai barboni che non hanno padrone, agli operai e ai contadini, alla "gente piccola" che sogna, piange e ride ogni giorno senza avere voce. Perché è questa la nostra vita, la nostra speranza di futuro.

Ultimo, con i suoi carabinieri "straccioni", ci aspetta nella strada, dove le luci dei salotti non arrivano mai e come sempre sarà dalla parte dei più deboli, insieme a loro, a lottare contro quelli - come coloro che ci calunniano - perchè soffrono la nostra purezza, la nostra lotta alla mafia senza scopo di lucro - che opprimono, che speculano, che tradiscono. 

Affamati di potere, noi non abbiamo paura di voi, della vostra carriera e delle vostre falsità: lo capite? Combattere chi abusa, combattere chi usa l'informazione, la politica, la giustizia, l'università per fini personali, nascondendosi dietro grandi o piccole qualifiche è il nostro dovere.

Perchè la città, i palazzi - parafrasando ultimo - è di chi lavora, di chi sacrifica tutto per gli altri e non per la propria smisurata ambizione. Quelli sono i nostri nemici più grandi, nascosti dietro alle loro poltrone vuote, ai loro discorsi vuoti, alle loro qualifiche vuote, uccidono sogni e speranze, per questo sono criminali, perchè uccidere i sogni di un uomo è un crimine immenso.

www.imgpress.it

mercoledì 12 novembre 2008

Urla nel silenzio dello Stretto

"Crisi della giustizia". Lumia fa nomi e cognomi


E non risparmia nemmeno il Rettore Tomasello

Nell’incontro organizzato dall’Associazione Nazionale Vittime di Mafia lanciato un appello univoco: il grido di Parmaliana non resti inascoltato

di Elena De Pasquale - Emanuele Rigano

Parola dure e pesanti come macigni. Sono quelle pronunciate dal senatore Giuseppe Lumia (nella foto) nel corso dell’incontro organizzato dall’Associazione Nazionale Vittime di Mafia e svoltosi nel Salone della Bandiere di Palazzo Zanca. Il primo riferimento è a quel ‘verminaio’ emerso dall’inchiesta condotta dalla Comissione Parlamentare Antimafia nel ’98, della quale anche Lumia ha fatto parte, e che ha portato alla luce l’inquietante connubio tra mafia politica e magistratura in una provincia che poi tanto “babba” non si è rivelata.

“A Messina – afferma il rappresentante del Pd - convergevano gli interessi dei clan di Cosa nostra sia di Palermo che Catania, ma anche della 'ndrangheta, che grazie alla connivenza di politici e magistrati, operavano indisturbate nelle loro attività illecite. Ricordo ancora le fronti sudate di quei magistrati dinanzi alle domande della Commissione Antimafia”. Un’inchiesta inizialmente ritenuta non necessaria da altri componenti della Commissione stessa, che se ne convinsero solo dopo essere venuti a conoscenza dei contorti intrecci, grazie ad un’accurata documentazione, raccolta in gran parte dallo stesso Lumia: “Riaccendemmo i riflettori su omicidi come quello del professor Matteo Bottari o del giornalista Beppe Alfano, che si era fatto di tutto per cercare di insabbiare. Oggi in sala incrocio gli sguardi di molti familiari delle vittime della mafia che ancora attendono giustizia. Per questo le istituzioni non possono abbassare gli occhi di fronte a volti affamati di verità”.

Una verità che, secondo Lumia, può essere ottenuta solo grazie all’indipendenza e all’autonomia della magistratura per la quale persone come l’avvocato Fabio Repici si battono quotidianamente, pagando però un prezzo altissimo forse perchè politicamente scomodo.

E tra gli applausi il senatore avanza formalmente richiesta al presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Messina, Corrado Bonanzinga, presente in sala, di stracciare quel volantino che accusava Repici di aver screditato l’intera magistratura, dichiarando che diversi giudici non avrebbero agito in nome della giustizia. Un manifesto a cui ha fatto seguito anche una delibera della stessa Anm che richiedeva al Csm l'apertura di una pratica a tutela dei magistrati del distretto.

Tutte iniziative che secondo Lumia hanno avuto un solo scopo, isolare Repici e con lui quanti vogliono che venga fatta ‘pulizia’: “Per l’Anm fare un passo indietro significherebbe veramente dimostrare di voler cambiare”.

Da qui il passo al secondo ‘richiamo’ è breve: “Anche il Consiglio Superiore della Magistratura deve fare la sua parte, cominciando col mandare a Messina magistrati aggiunti che abbiano lo spessore necessario e le capacità per districarsi in una realtà così difficile e non di certo nominando procuratore generale della Repubblica Franco Cassata”.

Ma è solo l’antipasto dei nomi e cognomi che Lumia snocciolerà durante il suo intervento: “L’indipendenza della Magistratura non viene ostacolata solo dall’esterno ma anche dall’interno – afferma. Mi riferisco a magistrati come Olindo Canali, che con il loro operato offendono un’intera categoria. Chi ritiene le mie parole lesive dell’onorabilità dei magistrati, deve invece capire che la stessa è stata macchiata esclusivamente da coloro che hanno operato nell’inganno. Dall’altra parte quei magistrati, quegli avvocati, quei politici, che svolgono onestamente il loro lavoro, anziché sentirsi offesi devono indignarsi e lottare perché le cose possano cambiare”.

Una voglia di cambiamento che deve animare lo spirito di tutti i messinesi assetati di legalità. “Il contesto in cui purtroppo la gente onesta si trova ad operare è caratterizzato dall’omertà, dal silenzio, dall’indifferenza - commenta. Ricordiamo bene tutti i tentativi di depistaggio e di insabbiamento delle indagini che si sono cercati di portare avanti in processi come quello per l’uccisione di Beppe Alfano. Ma non bisogna perdere la speranza, quella di cui invece Adolfo Parmaliana è stato privato insieme alla sua vita. Noi che invece ancora la vita ce l’abbiamo dobbiamo fare il possibile affinché giustizia venga fatta, dando fiducia a quello Stato da cui Adolfo si è sentito tradito”.

Il servizio completo e il reportage fotografico su:

http://www.tempostretto.it/8/index.php?location=articolo&id_articolo=11004

sabato 25 ottobre 2008

Consigli per gli acquisti - 1






1 - Cosa Nostra a Palazzo


1.1 Lucchino in politica

Giovannino Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato promette rivelazioni “destabilizzanti” sui rapporti tra Cosa Nostra e politici. Ma già Tullio Cannella - anche lui pentito, anche lui difeso da Luigi Li Gotti - aveva fatto rivelazioni sui rapporti tra politici e mafiosi che chiamavano in causa l’entourage dell’ex assessore al Turismo del governo regionale, il missino Nino Strano, per breve tempo transfuga e fondatore del movimento “Lega Sicilia” che nel 1994 fu candidato “indipendentista” alle elezioni per la presidenza della Provincia di Catania.

Tullio Cannella non solo conferma nel dettaglio i rapporti organici tra Nando Platania (ex dc, prima sostenitore di Nino Strano, poi consulente del presidente della Provincia, l’eurodeputato missino Nello Musumeci) ma afferma testualmente a verbale: “In occasione del ballottaggio tra Nello Musumeci, candidato di An, e il candidato progressista, per l’elezione del presidente della Provincia di Catania, il movimento ‘Sicilia Libera’ invitò i suoi elettori a far confluire i voti sul candidato Nello Musumeci”.

Le dichiarazioni vengono registrate dagli apparecchi Huer 4000 della Dia e dello Sco l’otto settembre 1995, nell’ambito di un’indagine incrociata delle Dda di Palermo e Catania, alla presenza dei pm Roberto Alfonso e Alfonso Sabella.

Tullio Cannella, imprenditore organico a cosa Nostra, al momento del pentimento componente del consiglio di quartiere Ciaculli-Brancaccio svela un ricco giro di tangenti in cui gli interessi di Cosa Nostra si saldavano con quelli della corruzione politico amministrativa.

Dopo avere parlato dei contatti col numero due di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella, ospitato in una sua villetta durante la latitanza, Tullio Cannella racconta: “Sono a conoscenza di alcuni fatti dai quali possono desumersi i rapporti fra Bagarella e alcune persone di Catania.

“Ricordo che poco prima delle elezioni del 1993 era stato creato a Catania un movimento politico denominato ‘Sicilia Libera’, guidato da Nando Platania, direttore del mercato ittico a Catania; da un tale Di Paola direttore del complesso alberghiero Perla Jonica; da un assessore regionale di Alleanza nazionale, catanese, del quale non ricordo al momento il nome e da un tale Alfio, arrestato alla fine del 1993 o agli inizi del 1994.

“Bagarella mi informò della creazione di questo movimento, invitandomi a recarmi a Catania, per prendere contatti con il Di Paola e il Platania.

“In effetti - è sempre Tullio Cannella che parla - in diverse occasioni, mi sono recato a Catania dove ho consegnato a Nando Platania dei messaggi scritti inviatigli da Bagarella.
“Platania, a sua volta, mi ha consegnato dei messaggi scritti da portare a Bagarella. Non ho mai conosciuto il contenuto di tali messaggi, in quanto io non mi potevo permettere di aprirli e di leggerli.

“Aggiungo che era intenzione di Bagarella creare lo stesso movimento ‘Sicilia Libera’ a Palermo.
“Per la stessa ragione, una volta, vene a trovarmi un catanese, alto e grosso, di giovane età, circa 23-24 anni, per preannunciarmi una visita di Nando Platania”.

Si materializza uno scenario in cui Nando Platania - creatura politica nata alla scuola dell’ex segretario comunale democristiano, Silvestro Stazzone, legale di fiducia del gruppo Costanzo - riattiva i vecchi canali del consenso proprio grazie all’appoggio di una struttura di proprietà dei Costanzo, l’hotel Perla Jonica di Capo Mulini.

“Molte riunioni del movimento ‘Sicilia Libera’ - narra il pentito Tullio Cannella - si svolgevano presso la Perla Jonica. Il movimento ottenne un buon risultato alle elezioni provinciali di Catania del 1993 (ma qui il pentito confonde le date, perché nel ‘93 si tennero le comunali a Catania, le provinciali si celebrarono a febbraio del ‘94, due mesi prima delle consultazioni nazionali che determinarono il successo del Polo, n.d.r.).

“Viceversa - continua Cannella - la stessa cosa non avvenne alle elezioni politiche del 1994, perché vi fu l’accordo elettorale tra Forza Italia, Alleanza Nazionale ed altre forze politiche minori.

“Ricordo che Nando Platania mi disse che dopo l’arresto del tale Alfio si trovava in difficoltà perché senza di lui non riusciva più a svolgere liberamente l’attività politica ed elettorale per il movimento ‘Sicilia Libera’”.


Conferme ulteriori giungono da Giovannino Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, Maurizio Avola, e Giuseppe Pattarino pentiti catanesi i quali concordano con Tullio Cannella sul fatto che i rapporti tra Cosa Nostra e il mondo della politica non sono mai cessati.

Tullio Cannella, già nel ‘95, aveva fatto rivelazioni sui rapporti tra politici e mafiosi che chiamavano in causa l’entourage di Nino Strano, per breve tempo transfuga da An e fondatore del movimento “Lega Sicilia” che nel 1994 fu candidato “indipendentista” alle elezioni per la presidenza della Provincia.

Tullio Cannella non solo conferma nel dettaglio i rapporti organici tra Nando Platania (ex dc, prima sostenitore di Nino Strano, poi consulente del presidente della Provincia, Nello Musumeci) ma afferma testualmente a verbale: “In occasione del ballottaggio tra Nello Musumeci, candidato di An, e il candidato progressista, per l’elezione del presidente della Provincia di Catania, il movimento ‘Sicilia Libera’ invitò i suoi elettori a far confluire i voti sul candidato Nello Musumeci”.

1.2 Il re del pescespada

Il punto di connessione tra il partito fai da te di Nino Strano e Cosa Nostra era senza ombra di dubbio, Alfio Fichera, luogotenente di Santapaola allo “Sgabbello” - così viene chiamato il mercato ittico a Catania - lo affermano i giudici che hanno redatto la sentenza di condanna nel primo processo Orsa Maggiore.

“E’ facile rilevare che per quanto attiene Alfio Fichera, si tratta del cugino dell’omonimo Alfio Fichera, indicato come uomo d’onore della famiglia catanese, particolarmente vicino a Santapaola e a capo del gruppo della Plaja (peraltro l’ex direttore del mercato ittico, Nando Platania, riferisce che Alfio Fichera, uomo d’onore, collabora col cugino nella gestione del box al mercato ittico).
“(...) Tutti i collaboranti escussi sul punto hanno dichiarato che Alfio Fichera era il referente di Santapaola all’interno del mercato ittico e che Fichera corrispondeva direttamente a Santapaola una parte dei proventi.

“Precisa Maurizio Avola che a sua volta Nitto Santapaola faceva avere al suo gruppo (quello di Ognina, diretto da Marcello D’Agata) una parte di questa quota e che alcune volte provvide lui stesso a ritirare personalmente questi soldi direttamente da Santapaola o da Alfio Fichera.
“Peraltro - continua la sentenza Orsa Maggiore - la società esistente tra Benedetto Santapaola e Alfio Fichera nel settore ittico, trova ulteriore conferma nella costituzione avvenuta nel ‘92 della società “Sogeal”, il cui oggetto sociale era costituito dalla commercializzazione del pesce surgelato. I soci erano Alfio Fichera, anche in qualità di amministratore, e i figli di Nitto Santapaola, Francesco e Vincenzo.

“Ulteriore riscontro viene dalle affermazioni di Tullio Cannella, l’uomo d’onore Palermitano afferma che negli anni 92-93 si stava operando per la creazione di un partito politico siciliano vicino a Cosa Nostra; orbene il collaborante dice che in questo progetto fu coinvolto anche Nando Platania, ex direttore del mercato ittico di Catania.

“Cannella - continua la sentenza Orsa Maggiore - riferisce che altro esponente di rilievo era tale Alfio Fichera, arrestato tra la fine del ‘93 e e gli inizi del ‘94: appare verosimle che si tratti di Alfio Fichera”.

Il progetto del partito di Cosa Nostra viene confermato nel dettaglio anche da Maurizio Avola secondo cui: “nel ‘92, venuti meno gli agganci con gli esponenti politici di un tempo, si discuteva in Cosa Nostra siciliana di creare una nuova formazione politica, un nuovo partito all’interno del quale inserire uomini vicini all’organizzazione criminale”.

Il collaboratore riferisce che fu presente a due di quegli incontri.

“Al primo - spiegano i giudici di Catania - presero parte Aldo Ercolano, Marcello D’Agata ed Eugenio Galea, il quale riferiva che i palermitani, con i quali si era incontrato, in primo luogo lo stesso Totò Riina, intendevano dare vita a questa nuova formazione politica.

“Un secondo incontro avvenne in un appartamento nella disponibilità di Vincenzo Aiello. Vi parteciparono Benedetto Santapaola, D’Agata, Galea, Aldo Ercolano e Vincenzo Santapaola, figlio di Salvatore.

Successivamente, Avola apprese direttamente da Aldo Ercolano che i palermitani avevano delle amicizie politiche di particolare rilievo e che stavano facendo da tramite per la costituzione del partito nuovo”.

Qui entrano in gioco le dichiarazioni di Tullio Cannella che faveva da portavoce tra Leoluca Bagarella e Nando Platania in vista delle elezioni provinciali del ‘94.


1.3 Il consigliere del Presidente

Nello Musumeci, d’altra parte, non ha molta fantasia nello scegliere i consiglieri della sua segreteria.

Alle dimissioni di Nando Platania, organizzatore a Catania del movimento parasecessionista “Lega Sicilia” con l’attuale assessore al Turismo della Regione, Nino Strano, an, sopraggiunge Alfio Maria Ferlito.

Alfio Maria Ferlito, addetto al controllo di legalità delle determinazioni del Presidente della Provincia, è il cugino del boss omonimo ucciso a Palermo nell’82. Il fratello, Pippo, eletto consigliere comunale dc con una messe di voti negli anni ‘80, aveva avuto il buon gusto di dimettersi dalla carica di assessore ai Lavori Pubblici dopo la strage della Circonvallazione di Palermo.

I tempi sono cambiati. Così l’eurodeputato Nello Musumeci pronuncia in pubblico filippiche contro il ridimensionamento dell’operazione Vespri Siciliani ma incarica del controllo di legalità il cugino del boss.

Ovviamente, sul piano giudiziario, il rapporto di parentela anche stretto non configura alcuna responsabilità individuale.

Lo stesso non si può dire sul piano dell’opportunità e della trasparenza in politica.

Delle strette relazioni tra lo zio dei rampanti fratelli Ferlito (Pippo, ex assessore ed oggi dirigente dell’ufficio Iva, e Alfio Maria, giureconsulto di Nello Musumeci) con lo zio Francesco “Tino” Ferlito, padre del boss ucciso a Palermo, non c’è modo di dubitare.

Di “zù Tino” parla Antonino Calderone davanti alla commissione Antimafia l’11 novembre 1992; le sue dichiarazioni sono agli atti del processo Andreotti.

“Vi è stato un periodo in cui i Ferlito erano in auge - narra il pentito di Cosa Nostra - ed un nipote di Ferlito, impiegato al dazio di Catania, si presentò candidato alle elezioni comunali nelle liste della Dc, nella corrente di Drago (Nino Drago, capocorrente di Giulio Andreotti a Catania, n.d.r.).
“Ottennero molti voti e Ferlito disse a Drago: ‘Ha visto onorevole?’. Drago gli rispose: ‘Ma quando mai, non è stato tuo nipote!’. Ferlito allora diede uno schiaffo all’onorevole Drago.
Luciano Violante chiede: “Drago era già deputato?”.

“Sì - spiega Calderone - l’episodio avvenne nella sede del partito”. Ancora Calderone nel descrivere i rapporti col gruppo Costanzo e Cosa Nostra afferma: “Ferlito, il cui figlio era uomo d’onore della famiglia di Catania, lo hanno appoggiato loro. Hanno appoggiato il cugino che poi era della corrente di Drago”.

Nello Musumeci, ovviamente, nonostante faccia politica e giornalismo da vent’anni a Catania, non ricorda tutto questo. Così può capitare che il neo rieletto presidente della Provincia nell’ultima ricorrenza della festa dell’Arma dei Carabinieri si ritrovi al seguito il fido consigliere Alfio Ferlito, cugino di primo grado del boss che con Pillera importava droga e kalashnikov dal Libano.

Secondo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino accadde con un kalashnikov AK 47 importato dal gruppo Ferlito-Pillera che furono uccisi il boss e i carabinieri che lo scortavano in quel tragico ‘82. Con lo stesso mitragliatore, secondo i risultati delle indagini del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto fu ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre dell’82.

1.4 Lo dico per il tuo bene

“Ma chi te lo fa fare? Sei una donna. La sera devi uscire da sola. Proprio contro lui dovevi metterti? Un Ferlito”.

Per Immacolata Bellomo, sindacalista della Cisl alla Provincia di Catania, consigli di questo genere si sono moltiplicati dopo aver firmato un documento di opposizione al trasferimento nei ruoli della Provincia regionale del dott. Alfio Maria Ferlito, funzionario dell’Ente autonomo Teatro Bellini oggi in forza alla segreteria del presidente della provincia, l’eurodeputato di An, Nello Musumeci.

Quando qualcuno a Catania ti dice “attenta è un Ferlito” si riferisce alla parentela - sono cugini di primo grado - con l’omonimo Alfio Ferlito, boss di Cosa Nostra, ucciso dai Corleonesi il 16 giugno 1982 alla circonvallazione di Palermo in un agguato che costò la vita anche ai carabinieri di scorta.
Sul piano tecnico, i sindacalisti della Provincia ed un nutrito drappello di neoeletti consiglieri provinciali contestano la nomina a dirigente del dott. Alfio Maria Ferlito contestando il decreto del ministero della Funzione Pubblica del 27 novembre 1997 “che fa riferimento al trasferimento del dott. Ferlito dall’Ente Autonomo ‘Teatro Massimo Bellini’ alla Provincia Regionale di Catania nell’ambito della qualifica dirigenziale”.

Sindacalisti e consiglieri contestano nella forma e nel merito la decisione giacché: “Il decreto del ministero FP stabilisce una mobilità per qualifiche dirigenziali, poiché l’amministrazione provinciale, erroneamente, aveva comunicato al ministero che il dott. Ferlito era in possesso della qualifica dirigenziale anziché dell’8^qualifica funzionale. Il decreto è un atto privo di fondamento, poiché basato su una comunicazione erronea da parte di codesto Ente; con esso pertanto si stabilisce una mobilità che non può essere legittimamente effettuata in quanto fa riferimento ad una mobilità dirigenziale”.

La nota inviata al Coreco dai consiglieri provinciali, primo firmatario Fabio Roccuzzo ricorda che il problema era già stato posto con una interpellanza del 5 agosto ‘97 presentata dal consigliere Gaetano Territo e trasformata in mozione il 19 gennaio scorso: “A seguito dell’interpellanza - scrivono i consiglieri - anziché verificare se i rilievi posti dai consiglieri fossero fondati, l’amministrazione si affrettava, due giorni dopo a richiedere alla Presidenza del consiglio, dipartimento della Funzione pubblica l’emanazione del decreto di assunzione per trasferimento di mobilità del dirigente dott. Ferlito Alfio Maria, con coeva immissione nel ruolo dei dirtigenti amministrativi dell’Ente, sulla premessa che il dott. Ferlito era in possesso della qualifica corrispondente alla 1^qualifica funzionale dirigenziale (oggi unificata) e che era già stato assegnato alla direzione del 1^servizio, del 1^settore, del 1^dipartimento, oltre a numerose idoneità a concorso conseguite, fra cui quella al concorso di dirigente, bandito dall’Ear Teatro massimo (idoneo, quindi, non vincitore!).

“E se fosse stato in possesso di qualifica dirigenziale - si chiedono allora i consiglieri provinciali di Catania - per quale ragione avrebbe partecipato al concorso per un posto ed un ruolo già occupato?”.

1.5 Voto di scambio

Voto di scambio con l’associazione mafiosa Cosa Nostra: questa l’ipotesi di reato su cui sta indagando il centro operativo catanese della Direzione investigativa antimafia e che ha portato alle dimissioni a metà luglio l’assessore provinciale allo Sviluppo Economico, Nino Nicotra del Cdu.

“Nicotra - spiega una nota di palazzo Minoriti - ha aderito immediatamente all’invito a dimettersi avanzato dal presidente della Provincia, Nello Musumeci, e si è detto estraneo alle vicende e pienamente fiducioso nell’operato dei giudici”.

Secondo fonti dell’amministrazione provinciale “le indagini riguarderebbero reati commessi in occasione della candidatura di Nicotra alle elezioni per la Camera dei deputati del 1994 quando presentatosi nel collegio di Acireale per il Ppi, non venne eletto”.

Nei fatti la Dia e la Direzione Distrettuale antimafia stanno monitorando uno spettro di candidature più ampio che parte dal 1990 e arriva alle ultime consultazioni. A garantire l’apporto elettorale sarebbe stato il gruppo di Sebastiano Sciuto, detto Nuccio Coscia, rappresentante della famiglia Santapaola nell’Acese. Sciuto è accusato di aver fatto saltare in aria con l’esplosivo la villa di Pippo Baudo a Santa Tecla.

Nello Musumeci, eurodeputato di An, aveva appreso delle indagini su Nino Nicotra per vie traverse. La Dia, infatti aveva richiesto formalmente i dati anagrafici del presidente della provincia nell’ambito delle indagini.

Musumeci, che in passato era stato minacciato di morte e contro il quale sarebbe stato preparato un attentato - così risultava da alcune intercettazioni - aveva voluto approfondire la faccenda. Appena saputo del tenore delle accuse contro Nino Nicotra lo aveva invitato nel suo ufficio invitandolo a dimettersi immediatamente. Nicotra non ha avuto scelta.



giovedì 25 settembre 2008

Mulino consigliato


2.9 Linea di fuoco

Una città tenuta in scacco da Cosa Nostra con la connivenza delle stesse vittime. Una città messa a ferro e fuoco dalle orde fameliche di Nitto Santapaola, Aldo Ercolano e Giuseppe Pulvirenti con la complicità di grossi imprenditori. Questo è il quadro che emerge dalle indagini della direzione distrettuale antimafia di Catania sulla catena di incendi emblematici che dal ‘90 in poi non risparmiò nessuno: dal supermercato Standa di via Etnea all’oratorio parrocchiale di Picanello, dal centro di stoccaggio Sigros di Piano Tavola al notaio Alibrandi, dal molino Bacchelli alla porta del municipio, dal Teatro massimo Bellini alla Confcommercio, dalla Fais a De Luca Tre.

Eppure, nonostante il contributo dei pentiti, non tutti i casi sono stati risolti, sia perché in questa città non esiste un nucleo investigativo di tecnici in grado di incardinare indagini specializzate sul luogo del disastro, sia perché gli interessi in gioco sono enormi, riguardano i rapporti con la grande distribuzione.

Infatti, anche dalle indagini dei pm Mario Amato e Giovanni Cariolo, incardinate precedentemente da Michelangelo Patané, riaffiorano le relazioni pericolose tra i soci catanesi di Berlusconi e i commando di Cosa Nostra.

Lo scenario criminale delineato dagli investigatori della compagnia dei carabinieri di Fontanarossa coordinati dal capitano Francesco Albore mette in luce un quadro di economia drogata dove le truffe alle assicurazioni garantivano profitti cospicui in un quadro di connivenze complesse che giungevano sino al palazzo di giustizia, tanto da mettere sotto inchiesta il perito nominato dagli stessi magistrati.

Il controllo del territorio avviene con mano militare senza risparmiare proiettili, esplosivi, mezzi incendiari.

Le prime volte il commando interviene per far capire chi comanda; dopo, magari, trova un’intesa con l’imprenditore che soggiace alla simulazione non solo di incendi ma anche di furti e rapine il cui ricavato da un lato serve a produrre fondi neri, dall’altro si moltiplica grazie ai premi assicurativi.

E’ il caso - secondo le rivelazioni di alcuni pentiti - del supermercato Superesse di via Sgroppillo controllato dalla famiglia Ercolano-Santapaola.

I banditi si presentano alla cassa, rapinano tutto il contante, poi restituiscono il maltolto, tenendo per sé una piccola parcella stabilita dai capi. Nel frattempo parte la denuncia e iniziano le pratiche per il rimborso assicurativo.

Il supermercato di via Sgroppillo - successivamente chiuso perché i carabinieri vi trovarono esposte in vendita le merci rubate dalla banda dei tir - era affittato ad un prestanome di fiducia, Anastasio Caponnetto. Dal suo apparecchio telefonico partivano i fax indirizzati al ministero della Difesa, alla cortese attenzione del cugino Alfio Spadaro, giornalista, in quel momento capo ufficio stampa del ministro socialista Salvo Andò. In quei fax Caponnetto avvertiva l’esigenza di entrare nel grande giro dei supermercati.

Desiderio che si avvererà puntualmente quando il Superesse ed altri piccoli supermercati della zona - tutti nelle adiacenze della residenza ufficiale di Nitto Santapaola, allora latitante - saranno assorbiti dalla Torrisi Alimentari spa, punto di riferimento in Sicilia del gruppo Standa di Berlusconi attraverso la catena Punto Convenienza.

Come conferma la vicenda dei “consigli per gli acquisti”, sulla quale ci soffermiamo in un altro capitolo, raffinate menti criminali e imprenditoriali di Mafiopoli dichiarano guerra alla legalità con la forza emblematica del fuoco. Eppure, le indagini partono sempre col piede sbagliato, inciampano in perizie depistanti: ci vogliono denunce precise e dichiarazioni dei pentiti per ricostruire il disegno criminale.

“Il fatto è - spiega un pm - che mentre si ritiene indispensabile la presenza del magistrato di turno per un omicidio, non si fa altrettanto per incendi e attentati. Le procure, invece, dovrebbero chiedere ai vigili del fuoco, di avvertire sempre il magistrato di turno quando accade un grosso incendio o un attentato dinamitardo. Perché è proprio in queste circostanze che diventa difficile individuare e preservare i corpi di reato. La tendenza, invece, è quella di acquisire il fascicolo a carico di ignoti quattro giorni dopo l’incendio, quando le prove si sono volatilizzate”.

Resta da chiedersi come mai indagini e perizie non vengano incardinate direttamente dai tecnici dei vigili del fuoco che oltre ad essere iscritti nei rispettivi albi professionali, ed essendo quindi perfettamente in grado di redigere una perizia, sono anche ufficiali di pubblica sicurezza e ufficiali di polizia giudiziaria, pertanto responsabili anche dell’aspetto investigativo.

Sarebbe bastato mettere un paio di tecnici sulle tracce evidenti lasciate nel magazzino De Luca Tre per giungere presto alle conclusioni raggiunte solo con la seconda perizia per la quale si è dovuto scomodare un professore del Politecnico di Torino, l’ingegnere Onofrio.

Eppure, i vigili intervenuti a Misterbianco erano stati categorici: le fiamme si erano sviluppate almeno quaranta minuti prima del loro intervento - sessantasei primi, secondo il perito torinese - circostanza confermata anche da due testimoni oculari che avevano notato i primi bagliori alle 2.11 mentre i vigilantes si erano decisi a chiamare i vigili del fuoco solo alle 2.45.

Un tecnico-investigatore avrebbe potuto rilevare queste anomalie immediatamente, preservare i reperti, indirizzare l’inchiesta giudiziaria, portare in breve all’emissione degli ordini di custodia cautelare.

Invece, tutto finisce con i primi rilievi. I vigili non hanno una squadra investigativa né un nucleo di polizia giudiziaria, nonostante che in questa città vadano in fumo ogni anno decine di miliardi di beni: troppo spesso si tratta di incendi dolosi. Quasi sempre gli autori restano impuniti.

Catania, gennaio 1977

Consiglio ardente


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